
Qualche notizia e aggiornamento su Ciclomundi per tutti i ciclomundisti o ciclomundiali - di questi tempi… - che attendono. Fervono i preparativi per l’edizione di settembre (24-26) che sarà una super edizione nel cuore di Siena. Già accreditati i nomi di Massimo Cirri, che ancora una volta con la sua verve arguta accompagnerà gli ospiti speciali, di Chris Carlsson, fondatore del Movimento Critical Mass, di Claude Marthaler, il ciclonauta che ha al suo attivo già più di un giro del mondo e che diventerà protagonista di una carovana di bici che
dalla Val Sesia approderà a Siena, di Giuseppe Cederna e i Tetes de Bois, che daranno vita a un reading-spettacolo su “La mia prima bicicletta”, di Albano Marcarini, Enrico Caracciolo, Luis Markina, Stefano Bruccoliero, Wu Ming2, Enrico Brizzi e molti altri… A seguire ancora più notizie! Non mancate…
Le origini di una passione
Nasco quarantadue anni fa nell’umida e piovosa Bruxelles da genitori poco più che analfabeti e con l’imperdonabile aggravante della povertà, quella stessa che li portò nella pancia della terra ad estrarre carbone.
Papà faceva il minatore, la mamma colazione col Martini.
Fra il ’40 ed il’ 60 l’Italia conobbe una seconda ondata di migrazione, dopo quella per l’America degli anni venti. Nella seconda ondata furono migliaia gli italiani, soprattutto meridionali, che con pala e piccone ritrovarono un po’ di dignità e speranza per il futuro a decine di metri sotto terra in un paese che li chiamava con ironia e disprezzo maccheronì (da maccheroni, ‘mangiatori di pasta’). Il disprezzo lo si comprende meglio se si pensa che i piatti nazionali in Belgio sono le zuppe e le minestre, la pasta all’italiana era paragonabile al riso alla cantonese quando negli anni ’80 in Italia apparvero i primi ristoranti cinesi.
Stazione nord, periferia.
Forza lavoro nelle miniere, umanità ai confini.
Il governo belga in quegli anni dirottò gran parte dei lavoratori stranieri in un vecchio quartiere di fatiscenti edifici liberty, conosciuto anche per le puten, le puttane in vetrina.
Certo gli italiani non potevano che ringraziare: casa, caffè e puttane, tutto sotto casa.
Ai figli erano garantiti i diritti alla sanità e all’istruzione; il cortile della ricreazione era diviso in due, esattamente come il paese; da una parte gli italiani, dall’altra i belgi ed i fiamminghi, storicamente nemici ma che davanti allo straniero mangiatore di maccheroni ritrovavano l’unità.
Per Stefano, straniero in patria, quell’ostilità era difficilmente comprensibile; non riusciva a capire perché lui, belga, dovesse difendersi in casa sua.
Di certo non ci mise molto ad attrezzarsi; da prima aveva subito, chiuso in un silenzio riflessivo, insulti, sputi, schiaffi, umiliazioni irraccontabili, soprattutto da parte degli adulti. Col tempo aveva cominciato a costruirsi nell’officina della sua anima una corazza spessa e resistente. Aveva imparato ad usare le mani per darle, era diventato un esperto sputatore e il suo sguardo divenne duro come quello di un guerriero determinato e pronto a vender cara la pelle.
Ma Stefano sotto la corazza aveva pur sempre sei anni; lì al sicuro da ogni offesa, viveva rintanato un bimbo vivace, intelligente e timido che si interrogava ossessivamente chiedendosi “Perché? ”.
Spesso piangeva, ma per molti anni da quella corazza non sarebbe uscita neppure una lacrima.
Imparò a non chiedere più nulla agli adulti, era troppo piccolo per trovare le ragioni di tanto disordine; quello era il momento di difendersi, in futuro la vita gli avrebbe dato le risposte che attendeva.
Avevo cinque anni quando le condizioni economiche della mia famiglia originaria suggerirono un affidamento temporaneo che col tempo si sarebbe tradotta in un’adozione.
Poi un giorno vidi mamma arrivare dal vialetto della casa. Io ero in giardino a giocare e la prima cosa che urlai dentro fu: “No! Non adesso. Non ti voglio mamma. Non ti voglio vedere.”
Mamma aveva trentasei anni, a me appariva vecchia, consumata, pesante, ingombrante.
Era chiaro che veniva a riportarmi a casa. A distanza di trentasette anni quello resta il ricordo più nitido della mia infanzia.
La detestai, ricordo il cappotto che indossava, le arrivava sotto le ginocchia, le scarpe impolverate di terra che raccontavano chiaramente della miseria che ci stava attendendo.
La famiglia affidataria era benestante, in giardino c’era una bicicletta per ogni bambino della casa. Io avevo la mia.
Quando la mamma ci portò via, quella bicicletta non me la sono portata via ed ho passato la vita a rivolerne una, a rivolere quella bicicletta.
“La bicicletta non ha cassetti, i sogni li appoggi direttamente sui pedali”.
A diciassette anni addolcivo la tristezza viaggiando su un vecchio atlante. Immaginavo di pedalare lungo le rive del fiume Po partendo da Torino e poi via via verso la pianura Padana fin dove il fiume si perde nel mare.
Oggi non m’interessa sapere perché in tutti questi anni non mi sia deciso a viaggiare in bicicletta nel mondo che sognavo piegato sull’atlante, quel che conta è che ora sono qui a riprendermi i sogni che erano miei.
PAROLE
Con le parole non ci puoi litigare, o arrivano o non arrivano.
C’è uno spazio nel quale le parole si scaldano tra di loro, la A ci prova con la C che viene a sapere che prima ci aveva provato con la B. La S percepisce qualcosa, si allarma e per un periodo non rivolge parola al resto della famiglia. Poi un giorno qualsiasi, la Q sfiora la S anoressica di parole, le sorride e per un attimo la famiglia sembra riunita. ln quell’attimo devi sperare di avere carta e penna a portata di mano per registrare il matrimonio.
E solo a quel punto hai una traccia su cui costruire un racconto,sempre che quella pettegola della L non deciida di raccontare tutto a C su A e B per incazzarsi come una bestia e coalizzarsi con l’anoressica S.
Ok ho segnato tutto sulla carta, adesso fate che cazzo volete