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Riceviamo questo bel video girato da Claude Marthaler e montato da Raphael Jochaud (www.camacro.com) sulla Bike Parade di Copenhagen. Bravo Claude! Complimenti!

Bike Parade (Velo-City Global in Copenhagen) from CAMACRO Production on Vimeo.

One Response to “La Bike Parade di Copenhagen girata da Claude Marthaler”

  1. stefano scrive:

    Ostello
     
    Dopo dieci giorni, viaggiando in bicicletta e dormendo ovunque, scopro assolutamente per caso l’esistenza degli Ostelli della Gioventù.
    In un ostello puoi vedere le stelle senza affacciarti dalla finestra. Sono i giovani che da tutto il mondo  si spostano per studio o per lavoro, qualcuno viaggia e forse scappa. Italiani, tedeschi, cinesi, africani ed americani, stelle da tutto il mondo.
    Arrivai presso l’Ostello di Torino alle otto di sera e avendo intuito che in quel luogo avrei potuto facilmente fare amicizia, mi rammaricai di non esserci arrivato con qualche ora di anticipo.
    In camera trovai un ragazzo dalle apparenti origini nordafricane piegato sulla cartina dell’Italia, silenzioso.
    Quello straniero rappresentava l’unica occasione per fare amicizia e il saluto tiepido con cui mi accolse mi stuzzicò non poco; dovevo strappargli un bel sorriso prima di andarmene altrimenti non mi sarei sentito risarcito.
    Misi in atto la strategia del caos: svuotai le borse della bicicletta in preda ad una frenesia ansiosa alla ricerca di qualcosa, fino a che non l’avessi trovata, non mi sarei calmato. Ovviamente non cercavo nulla, volevo solo che mi soccorresse, perché l’ansia che nel frattempo l’aveva contagiato lo costringesse ad entrare in relazione con me .
    “Posso aiutarti?”
    “Bingo!”
    “Sto cercando lo shampoo, l’ho comprato stamattina al mercato di Orbassano e non riesco a trovarlo, sono dieci giorni che pedalo come un’idiota, mi sento addosso un’odore da caprone di fossa che se non mi infilo al più presto sotto la doccia saremo costretti a bonificare tutta la zona”.
    Ora mi sentivo parzialmente risarcito della tiepida accoglienza.
    Lo rincontrai nella mensa dell’ostello. Dopo la sceneggiata del primo incontro evitai di invitarlo al tavolo per dargli il tempo di riprendere fiato, lo avrei pizzicato sul tardi per trasformarlo in un micione affettuoso. Infilai lentamente la chiave nella toppa e ad occhi bassi entrai nella stanza, gli sorrisi, riproponendomi di non aprir bocca finché non fosse stato lui a rivolgermi la parola.
    Com’era prevedibile cominciammo a parlare del tempo, della primavera che non arrivava e dell’inverno quasi alle spalle e che entrambi ricordavamo come uno dei più caldi degli ultimi dieci anni.
    Quello che sarebbe emerso da quella conversazione resta una delle cose più commoventi di questo viaggio.
    Ezio è Palestinese, in Italia da circa quindici anni godeva della cittadinanza italiana e negli anni si era integrato perfettamente. Era fidanzato e fino a poche settimane prima lavorava regolarmente; poi nel giro di alcuni giorni aveva lasciato casa, lavoro e fidanzata per partire in automobile per non si sa dove. Quando gli chiesi del perché di una scelta così drastica, mi rispose: “Perché sono Palestinese.”
    Mi spiegò che era nato e cresciuto nei campi profughi, e che per tutta la vita aveva lottato per tornare nella sua patria, la Palestina; poi dovette incassare la sconfitta più amara, quella di emigrare da senza patria lasciando genitori e fratelli in un luogo che non dava più sogni e speranze.
    “Vedi Stefano, sono andato via proprio perché tutto andava bene: casa, lavoro ed anche una bella fidanzata. Continuo però a non avere una patria: sono cresciuto ricostruendo continuamente la mia casa, è la cosa che ho sempre fatto e che mi assomiglia di più. Sono stato e resterò tutta la vita senza patria e se mi faccio una casa in Italia quella non sarà mai la mia casa”.
    Poi mi confessò che continuava a convivere con la paura che qualcuno gli portasse via o gli demolisse nuovamente la casa così per far pace con questa paura preferiva abbandonarla prima.
    Mi avvicinai allo zaino per prendere due arance e offrirgliene una, poi senza pensare troppo, me le infilai sotto la maglia, fingendo due seni prosperosi e mimai l’atto della donna kamikaze, che si fa saltare in aria in mezzo alla folla.
    A quel punto scoppiammo a ridere come bambini e per quanto retorico possa sembrare, mi sentivo palestinese come lui.
    In un Ostello della Gioventù le stelle puoi vederle senza dover piantare la tenda su un prato, sono i giovani che da tutto il mondo migrano, per studio o per lavoro, qualcuno come Ezio forse fugge.
     
     

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