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L’intelligenza dei piedi

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di Davide Sapienza

Oltre a questo pezzo, segnaliamo anche “LA SAPIENZA DI DAVIDE - PAROLE IN CAMMINO”, il documentario della RSI, tv svizzera italiana, di Fabio Calvi sul viaggiare, sul camminare e lo spostarsi, che si trova a questo link

Ieri sera era buio e volevo andare in Baitella, a piedi. Non che sia una gran distanza, parliamo di un chilometro netto. Esco di casa, salgo dritto verso gli abeti e i larici del Monte Falecchio per una strada che quando ero bambino era una conca erbosa; giro a sinistra e infilo una sterrata miracolosamente sopravvissuta ai rapaci edilizi, pur assediata da duecento nuovi loculi per turisti residenti pochi giorni all’anno, in questo martoriato paese di meno di settecento abitanti.
Peccato prendere l’auto per andare a godermi la pineta mentre, seduto sulle panche di legno fuori dalla casa che ospita il ristorante sotto e il bar sopra, si chiacchiera di massimi sistemi e territori della mente. Adesso è buio e a me piace camminare al buio. Perché mi ricorda la prima volta che l’ho fatto, in montagna. Ma ne parliamo dopo. Torniamo a ieri sera.
Ieri sera - nel buio spezzato solo dalla luce delle mie retine, dallo stupore delle mie pupille - sentivo i piedi guidare il cammino come se conoscessero ogni sasso, i limiti posti dai muretti a secco di fianco ai prati da fieno e la direzione dove andare. Quando cammino di sera so di potermi evitare la fatica di “stare attento a dove metto i piedi” - ci pensano già loro.
I piedi - come l’anima - hanno memoria, volontà e intelligenza. Come ogni altro organo sanno usare i loro sensi e riconoscere un cammino. Fidatevi. Andavo in Baitella e negli occhi avevo questa luce fortissima che mi faceva percepire l’esistenza di quella cosa chiamata rétina. Che legame straordinario tra gli occhi e i piedi, pensavo. Impulsi continui, da su a giù, da giù a su - dal cielo alla terra, dalla terra al cielo. E mi è tornato in mente un episodio di alcuni anni fa in montagna. Episodio che racconterò dopo aver detto un paio di cose sulla mia prima camminata notturna, in montagna.

Credo che tutti sappiamo cos’é l’intelligenza dei piedi. Lo sappiamo istintivamente. Lo sappiamo talmente bene che ancor prima di aver pronunciato la nostra prima parola, siamo già in piedi: in meno di due anni ognuno passa da embrione a creatura eretta. Non è incredibile? È un periodo brevissimo per prepararci a camminare nel mondo. E perché ci “alziamo in piedi”? Dove vogliamo andare? Che fretta abbiamo? Un bel mistero, quello che avvolge la capacità dei piedi di fare esattamente quello che il cervello – da lassù – trasmette.
Da quel giorno e sino alla fine della nostra esistenza i piedi ci sostengono, ci portano: come se il cammino sia la vita e la vita passi dentro di noi, ci sostenga e poi, alla fine, se ne vada altrove a fare “alzare in piedi” nuove creature. Il cammino, insomma, non muore mai. Come la vita. Cammino e vita affidati ai piedi e alla loro intelligenza raffinata.
Una sera di luna piena finalmente mi decisi a camminare nel buio, senza una pila frontale. Lo feci per capire cosa faceva il corpo e come reagiva la mente di fronte a un simile spaesamento. “Tanto”, dissi al mio amico di camminate Bruno, “ci pensano i piedi.” Fu un’esperienza prodigiosa. Pochi chilometri, un’ora di cammino sino ai 1500 metri della malga Cornetto, in Presolana. Una mulattiera ampia, sterrata, carrabile.
Un po’ come quella di ieri sera per andare in Baitella. Solo, lunga quattro volte tanto e in salita e allora era la prima volta. E più passava la via sotto di me, più sentivo una confidenza nuova. Sentivo che non ero io a percorrere il mondo, ma la terra a percorrere i miei piedi, sotto di me. Che io non ero io ma appartenevo al fluire della notte.
Anche la discesa fu speciale. Per molte ore dopo la camminata, sino al momento del sonno, sentii un profondo spostamento della percezione del mio corpo agire dentro di me. Era diverso dallo scialpinismo in notturna: non c’era la neve a rendere tutto visibile anche in assenza di luna. C’era la terra con i suoi larici, i suoi abeti, le sue rocce, i suoi spazi di mistero che improvvisamente nel buio assumevano una personalità a me sconosciuta, prima. E poi giù, in fondo, sulla strada c’erano le luci. E su, in cielo, la luna non era alta e quindi non illuminava i chilometri da percorrere come avevo pensato (e sperato).
Certo, quante volte da bambino, in estate, ero tornato al buio per le vie del paese? E quante da ragazzo, per le vie scure della città o dei luoghi dei miei viaggi? Ma questa volta era diverso. Non cercavo di nascondermi nel mio mondo interiore, volevo solo sentirmi in comunione con la terra e il cielo, arrendendomi all’idea che non potevo utilizzare i sensi normalmente utilizzati per reagire agli stimoli esterni. E sapevo che loro, i piedi, sapevano di questo desiderio covato a lungo.

Poi accadde un altro episodio che mi sbalordì e accadde di ritorno da una gita autunnale nella stupenda e incontaminata Val Sanguigno. Ho sempre una pila frontale nello zaino. Sempre e ovunque. Quel giorno lei, la pila, decise di scivolare fuori mentre facevo lo zaino, prima di uscire. Era pomeriggio tardi e il fondo della Val Sanguigno, sulla linea degli alberi, in prossimità dell’attraversamento del torrente, diventava buio velocemente. Io e Cristina ci fermiamo, beviamo un sorso e intanto cerco la frontale. Ma la frontale non c’é.
E adesso? Ci attendeva una discesa su un sentiero molto bello ma carico di foglie, sotto il quale scorrono levigati sassi di un’antica mulattiera che conduce ai pascoli e che corre accanto ad alcuni salti delle acque che scendono dalle cime più alte della zona.
Ovviamente i fiammiferi avevano poco senso e allora decisi di aspettare alcuni minuti e abituare le pupille. Nel buio, dicevo, si vede la luce della rétina. È proprio così. È difficile spiegarlo, bisogna concentrarsi. E quella luce per me sono i filamenti nervosi che descrivono gli orizzonti di questa straordinaria intelligenza, volontà e anima di cui sono dotati i piedi. Tenendo mia moglie per mano, scendevo cinquanta metri, spostavo le foglie a terra e creavo la mia traccia nella traccia - senza inciampare e con una naturalezza che sempre di più mi stupiva. E mi esaltava. Io non ero più io, ero libero da me stesso.
I sensi concentrati intorno agli ordini emanati dai piedi. Ordini tesi alla realizzazione di un unico compito: camminare, al punto che se una sosta si prolungava, i piedi protestavano. “Cammina Davide, vai”. E quando la sosta si prolungava, negli occhi la luce diventava troppa, come se l’abitudine al buio fosse ormai totale e l’intelligenza dei piedi potesse prendersi la rivincita sulla dittatura della mente - come a dire, “per camminare serve soprattutto camminare”.
Non è possibile dimenticare certe emozioni e da allora ho lavorato molto sull’intelligenza dei piedi, anche perché ho dovuto affrontare cambiamenti del mio corpo nei quali i piedi sono stati protagonisti – anche di due infortuni piuttosto preoccupanti. Ma i piedi, loro, anche nei momenti più duri degli anni scorsi, non hanno mai cessato di camminare. Non si sono mai fermati. Non hanno mai smesso di modulare l’intensità di quella bianca luce della rétina, il loro messaggio per dirmi semplicemente, “tu cammina, al resto pensiamo noi.”

14 Responses to “L’intelligenza dei piedi”

  1. Gabriele scrive:

    Bello, anch’io mi sono sempre stupito di come sia veloce la comunicazione occhi-piedi, come se la mente ne fosse tagliata fuori.
    Grazie Dav

  2. davide sapienza scrive:

    Gabriele ciao…se sei chi io credo, mi avrai visto inciampare tante volte, e quello solo perché non davo fiducia all’intelligenza dei piedi, i quali nel mio caso alcuni anni fa mi avvisarono di un grosso pericolo incombente, aiutandomi a guarire. Un abbraccio. Dav

  3. Caro Davide, ho vissuto tante volte anch’io l’esperienza di camminare al buio e di viverla con ammirata sorpresa. Direi che è stata un’esperienza illuminante. Al buio ho rafforzato i miei sensi: la vista si è abituata a percepire con esattezza il percorso e l’ambiente circostante, l’udito e l’odorato si sono sviluppati facendomi sentire senza essere distratti dalla vista. Al buio i miei piedi sono diventati più vigili e capaci di cogliere meglio il terreno. Con intelligenza, come scrivi tu. La condizione è quella di un uomo più in equilibrio, più sano, che perde le insicurezze e i timori, rendendo migliori anche i propri pensieri. Oggi che camminiamo troppo spesso nelle tenebre, e penso anche alla mancanza di spiritualità e di religiosità autentica, quella che parte dal cuore e sconvolge la vita, bisognerebbe portare le nostre esperienze ai più giovani. Farli camminare nelle tenebre per conoscere la luce. Quella bianca luce della rétina, che è la somma di un corpo, di un cervello, di un cuore, di un anima.

  4. Gpcastellano scrive:

    E’ sorprendente pensare a come i piedi ci aiutano, sorreggono e salvano dai nostri eccessi di fretta ordinati dal cervello. Quante volte anch’io sono inciampato e mi sono ritrovato ancora in piedi, più o meno eretto, senza troppi danni. Una intelligenza nascosta, ma non per questo “bassa”, anzi, tutto il contrario. Un ricondursi a misura, alla nostra misura di bipedi.
    Grazie Dav

  5. palpo scrive:

    Lo conoscete questo “Elogio dei piedi” di Erri De Luca?
    A me sembra carino…

    Perché reggono l’intero peso.
    Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
    Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
    Perché portano via.
    Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
    Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
    Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
    Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
    Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
    Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
    Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
    Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
    Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
    Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
    Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
    Perché sono stati crocefissi.
    Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
    Perché, come le capre, amano il sale.
    Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

    CIAO
    Sandro

  6. Elisabetta scrive:

    Non si finisce mai di imparare…non conoscevo l’intelligenza dei piedi, ma non mi stupisco che ne abbiano una ben sviluppata.
    Conosco la luce della retina invece ( probabilmente ovvio visto che ci lavoro con al luce) ma non con la poesia con cui la descrivi tu.
    Così anche oggi ho imparato due cose nuove, che posso raccontare ad altri per allungarne il cammino.
    Grazie Davide.

    Elisabetta

  7. davide sapienza scrive:

    che interventi accipicchia! Che parole dense e potenti che avete regalato a questo scambio. I piedi, questi sconosciuti verrebbe da dire. Eppure, razionalmente, diamo loro tanto spazio perdendo molto tempo a scegliere le calzature giuste, soprattutto per i tragitti lunghi e impegnativi: pensiamo di farlo per noi, in realtà lo facciamo per “loro” e con loro. E questo é il loro messaggio. Alla sera, prima di coricarci, diamogli un saluto. Un piccolo massaggio. E poi nei piedi, come sa chiunque conosca un minimo la reflessologia, c’é tutto. Ma proprio tutto. E ve la consiglio, la reflessologia. Augh.

  8. ilaria scrive:

    Che belle le esperienze che Davide racconta…
    E come e’ importante stare un po’ al buio da svegli…tutti i giorni. Paradossalmente, - piano piano - si riescono a vedere cose di cui coloro che tengono sempre la luce accesa non sono consapevoli…
    E poi…vorrei ricordarmi che nella ricerca spirituale induista si dice: “I piedi del guru sono la base della devozione…”. W i nostri piedi, belli, e nudi fin che si riesce…comunque sempre “liberi” di “vedere”.

  9. ANTONELLA scrive:

    Ma bravo Davide…come sempre sai mettere in poesia le
    meravigliose sensazioni di noi umani abbracciati ed immersi nell’infinito fantastico della natura …e qui di chi sa camminare nella magica notte … bravissimo nel volerla comunicare a tutti xche sia davvero illuminante

  10. sandro scrive:

    Figurati, il più bel complimento della mia vita è stato quando un mio amico malese-canadese mi ha chiamato peota! Altro che poeta: peota è una dimensione dell’essere.

  11. Valeria scrive:

    Che bel racconto….
    Il racconto della discesa con Cristina è nei Diari di Rubha Hunsih, se non ricordo male….
    Comunque è vero, anche se non ho mai vissuto un’esperienza del genere, scendere da una montagna al buio, i piedi in assenza di luce vanno per loro conto, è come se i sensi, la vista soprattutto, si liberassero da un peso.

  12. Valeria scrive:

    …sto ascoltando last.fm e guarda “il caso” proprio in questo momento è venuta fuori “Voice from the mountain” del mio amato Nick Drake…!

  13. davide sapienza scrive:

    grazie ragazzi. No, la discesa non era in Rubha Hunish anche se lo avrebbe meritato sicuramente - o forse sì? Non ricordo, davvero difficile, troppe cose in quel libro. Ma vi ringrazio tutti per quello che scrivete, significa aver messo in circolo linfa che tutti contribuiscono a tenere viva - con la propria linfa. dav

  14. Mauro V. scrive:

    eh caro Dav… sei sempre un’ispirazione…. se sempre ‘vicino’
    bè le le cose te le ho già scritte via mail e le sai…
    i piedi ora mi fan pensare al pedalare. fresco di ritorno dal Cammino di Santiago su due ruote leggo le vostre sensazioni e penso a quanto muoversi su se stessi, pur in movimento, significhi rotolare nell’intimo. A quanto serva mettere quel po’ di fatica che fa sentire i muscoli e i nervi stridere per poi risciacquare tutto il vissuto.
    e poi via… freschi e nuovi a rivivere.
    Gioia, paura, musica, vento, freddo, caldo, vita.
    Mauro

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