
Foto di MAurizio Frullani
L’Atala blu, la libertà e il maestro del lequilibrio
La cosa misteriosa da conquistare e che mi avrebbe dischiuso le porte della libertà aveva un nome difficile: lequilibrio. L’Atala blu notte ce l’aveva sparso tra il metallo, la catena e la gomma delle ruote, ma per evocarlo e catturarlo ci voleva un rituale di iniziazione. Dopo l’acquisto dal rivenditore de Grassi, a Fiumicello, bisognava che qualcuno me lo tirasse fuori. “Senza lequilibrio non si va” mi dicevano tutti, e io ardevo dal desiderio di conquistarlo, di diventare io stesso lequilibrio e velocità. Danilo faceva il garzone di bottega da mio zio Diego, che aveva una drogheria e ferramenta in paese ed era un maestro di lequilibrio, tanto che andava in bici senza mani. Davanti alla bottega c’era un piazzale ombreggiato da tigli che era il cortile della bella scuola elementare, dove un giorno avrei dovuto andare anch’io. Lì, sul piazzale della scuola, Danilo mi trasmise lequilibrio che, dopo numerose prove, mi arrivò addosso in un attimo, come un’improvvisa pentecoste ciclistica, uno spirito santo della libertà di movimento che, trasmettendosi dal telaio a tutta la mia persona, mi fece fare un volo di molte decine di metri. Danilo mi correva a fianco tenendo la mano un po’ sotto la sella nel caso che, in un’improvviso eclissarsi della grazia, mi trovassi privo di lequilibrio. Ma io non cadevo né di qua né di là, avanzavo come cento lire corrono sul bordo, e avanzavo ancora e avanzavo e non toccavo terra, sempre più pieno di lequilibrio. Sento ancora la sensazione di questo fluido che fa sì che il metallo e i brevi e mobili punti d’appoggio delle ruote acquistino l’andamento sicuro, eppure effimero, dell’andare su un filo invisibile che si dipana tra lo pneumatico e l’asfalto. Le lezioni di volo incapparono anche in qualche incidente: le mie mani ferite per un atterraggio di fortuna sulla ghiaia conobbero il cotone inzuppato di alcool ardente. Ma ormai chi mi poteva fermare? Nel giro di pochi giorni sfrecciavo su e giù per il piazzale perfezionando il dono del lequilibrio, imparando a coordinare l’occhio col freno, a tenere conto degli ostacoli, a calcolare le distanze senza farmi distrarre troppo dall’aria di libertà che avvertivo sulla pelle. Perché lequilibrio, assieme al movimento, mi fece annusare la libertà. Non quella democratica, costituzionale, civile, ma quella dell’aria e del pensiero che filano come le immagini sulle retine e ti fanno desiderare un luogo più in là, non ancora visto, ma intuito, sognato, non sicuramente esistente ma probabile, auspicabile, almeno. L’unica vera e grande libertà possibile: quella dei bambini.
Non so bene quando passai dal piazzale alla strada, ma immagino che fu pochi giorni dopo. Imparai a schivare le cacche dei cavalli e delle mucche, in quegli anni numerose sulla strada, e le buche sulle stradine dei campi dietro casa mia. Avevo dei limiti impostimi dalla nonna e dallo zio: non oltrepassare la piazza, non oltre il bar dei cugini Bidoli, e fare molta attenzione, e sempre, e mi raccomando. Ma lequilibrio, oramai acquisito, si trasformò in quello strano desiderio del più in là, dell’andare a vedere oltre, dell’attraversare i confini. Non in maniera plateale, ribellistica, autonomistica, ma come conseguenza di una pulsione che è difficile tenere sotto controllo. Era una necessità, più che una velleità a disobbedire. Fu così che un giorno nuvoloso mi diressi verso la villa dei nonni paterni, in territorio proibito perché oltre la piazza. Ci giunsi e, invece di entrare a salutare come mi ero riproposto, continuai. Oltrepassai il giardino e la strada continuava. C’erano case che ricordavo appena, le avevo viste dalla corriera andando al mare a Belvedere, o forse passandoci davanti con lo zio Diego, con la sua giardinetta con cui faceva le consegne a domicilio. La strada proseguiva, inesorabile, sinuosa, sconosciuta e lequilibrio girava che era una meraviglia. Non c’erano bivi, eppure pensavo che ci fosse la possibilità di smarrirsi, di non trovare la via del ritorno, anche se lequilibrio non me lo avrebbe tolto nessuno, mai più. Cominciai a sentire angustia, ma continuavo a mulinare i pedali. Passò parecchio tempo, che oggi stimo di dieci o forse venti minuti. Un’infinità, per me che non avevo mai avuto problemi con questa complicata dimensione dell’esistere. Il tempo passava a bordo del lequilibrio, la distanza aumentava e tutto attorno era sconosciuto. Non ricordo che mi sorpassassero macchine. Distanza, tempo e lequilibrio, uniti a un’inquietudine in parte piacevole in parte preoccupante, occuparono tutta la trasvolata fino allo stop per Aquileia, dove la corriera sostava sempre prima di svoltare a sinistra. Proprio grazie a questa breve sosta avevo memorizzato il luogo e lo riconobbi. La meta fu quella linea bianca semicancellata sull’asfalto. Tirai un sospiro di sollievo, girai la bici e tornai a casa. Non dissi niente a nessuno. Direi che lo sto confessando adesso, dopo cinquant’anni. La Atala dev’essere stata fusa e rifusa chissà quante volte, diventando elettrodomestico, scatoletta, carrozzeria. Ma dal suo colore blu notte avevo imparato a cogliere quello spirito di rischio, prudenza, attesa, tempo, liberazione, provato dapprima violando il divieto, poi sulla linea dello stop di Aquileia e poi ancora a casa, appoggiando la bici nel cortile della Drogheria & Ferramenta, col mio segreto, tra gli altri che non sapevano. La libertà era di colore blu ed era costata, se non ricordo male, settemilacinquecento lire. E la libertà era figlia, come tutto quello che venne dopo, di quella cosa dal nome difficile e che non si può né toccare né comprare, e che si chiama lequilibrio e che mi fu data in un pomeriggio estivo da Danilo, il maestro di bici che pedalava fischiando e tenendo le mani incrociate sul petto.
Emilio Rigatti è nato a Gorizia nel 1954. Insegnante, giornalista, scrittore, ma soprattutto cicloviaggiatore, ha appeso il volante al chiodo alla fine del viaggio a pedali da Trieste a Istanbul percorso nel 2001 assieme a Rumiz e Altan (al seguito del quale ha scritto poi La strada per Istanbul). Da allora si sposta solo in bicicletta. Ha raccontato il piacere e la filosofia del viaggiare quotidiano in bici in Minima Pedalia. In Italia fuorirotta descrive un viaggio in un’Italia minore da Trieste a Reggio Calabria evitando le mete turistiche e i borghi-souvenir, mentre in Yo no soy gringo raccoglie le sue esperienze in Sud America. Nel 2009 ha pubblicato Dalmazia Dalmazia. Viaggio sentimentale da Trieste alle Bocche di Cattaro dove, ripercorrendo le tracce della sua famiglia, racconta una terra ricca di fermenti e colori, tra il mare blu e le cime spazzate dalla Bora. Ha un suo fan club su Facebook intitolato “Emilio Rigatti, la bici, la penna, il cuore”.
Grazie Emilio per questo ulteriore assaggio della tua formidabile penna. Un filo di inchiostro che si contorce per regalare delle emozioni in precario equilibrio. Sempre una vertigine leggerti.
Spero di conoscerti presto.
Forse a Rovigo il 28
“…i viaggi permettono di allontanarsi un attimo da se stessi…”, bella la riflessione che leggo sul tuo blog. Spero non sia tua: se no devo cominciare a preoccuparmi della concorrenza. Grazzzzzzzie.
Al seguente link potrete vedere il servizio dal titolo “Se vai in bicicletta devi mettere il casco” realizzato da Uniroma.tv
http://www.uniroma.tv/?id_video=15832
Ufficio Stampa di Uniroma.TV
info@uniroma.tv
http://www.uniroma.tv