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velorution

Pubblichiamo questo articolo sullo stato dell’asse Londra-Dublino in bicicletta del nostro “inviato speciale” Max Mauro a Dublino. Max, già autore per Ediciclo di “Patagonia controvento”, uscirà a settembre con un nuovo libro, per la neonata collana Ciclopolis-le città in bicicletta, dal titolo “La bici sopra Berlino”. Se volete saperne di più su di lui visitate il suo blog maxmauro.wordpress.com.

 Alcune sere fa ho partecipato ad un incontro con il responsabile di London Cycling Campaign, l’associazione che riunisce i ciclocittadini (Nota: ho registrato il neologismo all’Accademia della Crusca, chi lo usa d’ora in poi mi dovrà versare un obolo per permettermi l’acquisto di una bici nuova entro il 2010) della capitale albionica. Era stato invitato a Dublino dagli omologhi isolani della Dublin Cycling Campaign per presentare i passi avanti compiuti a Londra negli ultimi anni rispetto alla mobilità in bicicletta. Che le cose siano cambiate – in meglio – da quelle parti l’ho verificato in prima persona recentemente. Trovandomi a Londra per un corso ho potuto usufruire della bici di un amico e oltre a risparmiare pecunia altrimenti destinata ai mezzi pubblici ho verificato come si gira in bicicletta in quello che fino a dieci anni fa era territorio quasi minato per il ciclista. Attorno al 1998 o 1999 avevo noleggiato una bicicletta nel centro di Londra. L’indirizzo del solitario esercente era citato su Lonely Planet o Rough Guide, non ricordo bene. Il noleggiatore era quasi sorpreso di avere dei temerari clienti e ci aveva chiesto cauzioni, carte di credito, documenti, foto di parenti ancora in vita e alcune altre informazioni che non sto qui a citare per rispetto del pubblico minorenne. Era, insomma, un gesto temerario il suo: noleggiare biciclette a stranieri. Era tuttavia molto più temerario il nostro: girare in bici nel centro della città. Il traffico era ossessivo, e gli autisti di ogni mezzo del tutto ignari dell’esistenza della bicicletta e di un essere umano che ci va sopra. Dieci anni dopo la situazione è altra. Londra non è diventata il paradiso del ciclista ma almeno sulla due ruote a trazione umana ci si sente tendenzialmente accettati, riconosciuti come soggetti e non come alieni. La tassa di accesso alla città per gli autoveicoli introdotta dal precedente sindaco ha certamente favorito il cambiamento. Va detto che la bici del mio amico è stata una iattura e questo ha compromesso un po’ il mio approccio alla strada. Aveva (e ha) vari problemi: la sella è bloccata perché il tubo che la sostiene si è fuso con il telaio e un meccanico (a Londra sono comparsi anche i meccanici) ha suggerito al mio amico come unica soluzione quella di riempire il telaio di coca-cola (!) e lasciare che gli acidi facciano il loro corso. Non è uno scherzo, funziona, ho controllato su Wikipedia. Altro problema: il manubrio nudo, metallo puro, ma qui ho provveduto comprando delle manopole di gomma, costo 5 sterline. E poi i pedali, piccoli e scivolosi, pensati per favorire la caduta in curva. A parte i limiti del mezzo, ho potuto girare piuttosto tranquillamente, senza rischiare investimenti da parte di autobus e camion e evitando l’incontro con gli attentatori dell’angolo cieco, presenti in ogni città dove il traffico dei grossi veicoli non viene limitato. In poche occasioni ho optato per il marciapiede, previo esame della presenza di pedoni. La sorpresa maggiormente positiva di questa breve esperienza è stata la natura del ciclista londinese. Varia l’età e l’origine etnica (cosa non marginale nel crogiolo britannico) ma con una predominanza del giovane professionista e della gioventù “di tendenza”, indie rockers e affini. La bici è di moda, mi son detto. Non è un fatto da poco, Da tempo vado pensando che il cambiamento decisivo nelle grandi città italiane potrà avvenire anche con un cambiamento nella percezione della bicicletta da parte dei più giovani. Non più mezzo vetusto per pensionati di provincia o strumento di passione per sportivoni della domenica. Qui la comunicazione gioca un ruolo cruciale. I media italiani possono continuare a promuovere i profili di veline e torelli acefali ma che almeno li mettano (anche solo per finta) sulla bicicletta. Tornando all’incontro con il direttore della London Cycling Campaign, questi non ha detto cose rivoluzionarie agli amici dublinesi. Li ha invitati prima di tutto a spingere per la limitazione del traffico automobilistico (cresciuto pesantemente negli anni del boom del tigrotto celtico) da parte delle autorità cittadine e a promuovere immagini positive di persone in bicicletta. Tute fosforescenti e caschetti, per quanto utili, rendono la bici qualcosa che esula dalla norma, eccessivo o estremistico a seconda dei punti di vista. Invece la bici è normale, deve tornare a essere normale. Farselo dire da un inglese (anche se di origine per metà tailandese, come ha voluto sottolineare) è per un italiano come insegnare ai tedeschi a fare i wurstel o agli inglesi a giocare a golf. Per un irlandese è un po’ meno grave, o forse ancor di più se si pensa ai trascorsi imperiali…ma qui è meglio fermarsi.

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