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Ciao Franco

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In ricordo di Franco Ballerini, ex corridore e CT della nazionale italiana di ciclismo, scomparso ieri pomeriggio, pubblichiamo la sua prefazione a un nostro libro uscito ad aprile 2009 depurata dei riferimenti al volume. Ciao Franco!

Nella carriera di un ciclista, gregario o campione, ci sono dei punti di svolta, dei bivi, dei momenti in cui bisogna prendere decisioni o fare delle scelte, decidere se fermarsi o andare avanti.
Per quella che è stata la mia esperienza di corridore, i momenti più importanti e formativi negli otto o dieci anni in cui si concentra la carriera sono quelli di difficoltà e di crisi, sono le sconfitte e i ritiri. È in queste situazioni che puoi svoltare davvero, più ancora di quanto succeda dopo una grande vittoria. Parlo prima di tutto per me, naturalmente. Sono stato un buon dilettante, certo non un fuoriclasse ma uno che aveva i numeri giusti. Da giovane non vincevo tantissimo, ma avevo capito di possedere le qualità per fare il corridore, di poter ambire al professionismo in maniera legittima. Al debutto tra i professionisti, però, e per lungo tempo, in corsa non andavo avanti nemmeno se mi spingevano. Non c’era verso di cambiare, non sembrava esserci allenamento in grado di ribaltare la situazione. Ero, insomma, a un passo dal fallimento, dall’abbandonare la bici per passare a un lavoro “normale”. Se ho continuato, se ho tenuto duro, è perché ho avuto la fortuna di essere capace di dialogare con me stesso, di convincermi che un buon cavallo da corsa non poteva essere diventato un asino di colpo. E che bisognava pazientare e lavorare con ostinazione. Continue Reading »

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Pubblichiamo un articolo apparso venerdì 5 febbraio sul numero 1142 de Il Venerdì di Repubblica a firma di Marco Bresolin.

Per approfondimenti vedi, tra gli altri, i link:
http://iridebikepolomodena.wordpress.com
http://romabikepolo.org/
http://www.bikepolo.com/
http://natinonfummo.blogspot.com/2009/10/bike-polo.html

BIKE POLO. Lo sport più chic cambia e si fa strada

Dilaga anche da noi la versione pop dell’antica disciplina inglese: per giocare, bici appositamente modificate. Ci si sfida di notte, in piazze, parchi, parcheggi. E ora anche i team italiani si affacciano in gare a livello internazionale.

di Marco Bresolin

Biciclette a scatto fisso usate come cavalli e racchetta da sci opportunamente modificate per trasformarsi in «mallet» e buttare in rete una pallina. Da Totino a Catania si diffonde la passione per il bike polo, la variante urbana dello sport preferito dai lord inglesi. Una tendenza importata dal Nord Europa, che nell’ultimo anno è cresciuta in maniera esponenziale in Italia, creando vere comunità metropolitane. Ragazzi che settimanalmente si danno appuntamento nelle piazze cittadine, sui campi da basket o nei parcheggi dei centri commerciali.
A Milano, se il martedì sera si passa in piazza San Fedele, proprio alle spalle di palazzo Marino, sede del Comune, è impossibile non assistere a una sfida di bike polo.
Sotto gli occhi vigili di Alessandro Manzoni (il campo sorge ai piedi del monumento dello scrittore, nel punto in cui cadde battendo la testa, nel 1873 a 88 anni, incidente da cui non si riprese e che lo portò alla morte), la piazza si anima: in campo due squadre da tre elementi ciascuna; ai lati che non vede l’or che arrivi il proprio turno, chi discute delle modifiche da apportare alla bicicletta, chi contribuisce (insieme ai rumori delle cadute, che in una partita non mancano mai) a creare la colonna sonora della serata con una chitarra o con uno stereo. Continue Reading »

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Melillo, piccola scheggia di luce rimasta per anni sepolta nel mio cuore e nella mia mente! Il tuo colore era il blu e già questo ti differenziava dalla maggior parte delle biciclette in circolazione che erano rosse. Eri comparsa nella penombra magica dell’albero di Natale - quando ancora erano le candele a illuminarlo - probabile regalo dei nonni. Per inaugurarti avevo dovuto attendere una giornata in cui non soffiasse la bora. Avevi due rotelline, naturalmente, perché eri la prima bicicletta e anche un campanello, ma per scoprire che cos’eri davvero, dovetti attendere il primo giro in cortile, tra le grida dei bambini più grandi che sfrecciavano intorno a me. “Scansati che sei una 18″, mi gridò qualcuno, probabilmente mio fratello e da quel 18 - la misura del raggio della ruota - una nuova prospettiva si aprì davanti a me. Non sarei stata 18 per sempre, un giorno sarei diventata 20, poi 22 e 24, che era l’ultima tappa prima di essere grande. Sì, perché il 26 era la meta assoluta: 26 per le donne e 28 per gli uomini, mi aveva spiegato sempre mio fratello. Erano quelle le bici che sancivano l’età adulta, la vita indipendente, l’andare dove si voleva pigiando sui pedali, senza dover rendere conto a nessuno. Ma intanto ero una 18 e pedalavo vorticosamente, accompagnata dal frastuono delle rotelline, sul pavimento irregolare del cortile del palazzo dove abitavo. Pedalavo e, come tutti i 18 con rotelline, ero rosa dal dubbio: ce l’avrei mai fatta a destreggiarmi in equilibrio precario su due ruote soltanto o addirittura andare senza mani, cantando, come facevano i più grandi? Continue Reading »

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MOCKBA
luglio 1989
Siamo all’ultima tappa. In queste ultime notti a qualcuno di noi sono apparse in sogno le cupole di San Basilio e i muri perimetrali del Cremlino ma ormai non è più tempo di sogni e di miraggi: quest’oggi finalmente ci godremo la loro vista.
Alla partenza la tensione è palpabile e serpeggia tra il gruppo quello strano senso di inquietudine che subentra quando si sta concludendo un lungo percorso con il raggiungimento della tanto agognata meta.
In questi casi spesso subentra nel viaggiatore una sensazione di disagio dovuto alla coscienza che si sta esaurendo definitivamente quella particolare condizione esistenziale, quella del viaggiatore appunto, con la quale per tanto tempo si è convissuto. Bisogna elaborare il lutto e una sola giornata non è sufficiente: è per questo che il giorno conclusivo è paradossalmente tra i più difficili di tutto il periodo e non si riesce a esprimere la soddisfazione per il conseguimento dell’obiettivo. Continue Reading »

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«Adesso che siamo rimasti noi due, che facciamo, papi?».
«Non siamo soli, Geo, perché tu hai me e io ho te!» dicevano Stanlio e Ollio. «Vogliamo provare ad andare in bici senza rotelle?».
«Insomma…» fa lui.
«Ti va?».
«No tanto».
«Un pochino?».
«Be’, un pochino sì».
«Allora proviamo! La scartiamo?».
«Il pacco di carta marrone dentro la macchina?».
«Geo, tieni gli occhietti chiusi e le manine aperte, premute sulle palpebre! Dentro il pacco di carta marrone c’è una bici, questo lo sai da stamattina, la tua prima bici, amore. Ma come sarà, Geo? Come la vorresti? Di che colore? Non guardare! Non imbrogliare!».
«Eeee… Rossa!».
«Comincio a scartare, Geo».
Tra il fragore del pacco che si squarcia, un occhio mio lo butto a controllare che Geo non sbirci e lasci in vita la sorpresa. «Non barare! Non ancora! Non guardare! Ecco… Ora puoi levare le manine e aprire gli occhi! Adesso, a… apri».
«La bicicletta!» esclama Geo con tutto il fiato. E si avvicina e le gira intorno, come a un capo indiano il capitano dei cavalleggeri americani di un vecchio western.
«È arrivata e senza rotelle! Da grande, come quella di papà. Ti piace?».
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di Alberto Fiorin

IL MAGO DELLE RUOTE
luglio 1989

Da Kiev un lungo rettilineo di circa 1000 chilometri ci guida fino alla nostra meta: non c’è possibilità di errore. La statale corre nell’assolata e piatta campagna russa assai poca abitata: percorriamo anche 100, 150 chilometri senza incontrare cittadine o villaggi di sorta.
Il caldo si è fatto sempre più intenso e ci costringe a rivedere la nostra organizzazione di giornata: sveglia anticipata di almeno un’ora e partenza intorno alle 7.00. Cerchiamo di sfruttare la frescura del mattino per percorrere di buona lena la gran parte della tappa e consegnare all’afoso pomeriggio i restanti 30-40 chilometri.
Ma l’asfalto continua ad esserci nemico: catrame, buche e sassi aguzzi ci costringono a procedere cautamente e il nostro soprassella è messo a durissima prova. Mai avremmo immaginato di trovarci in simili difficoltà. Continue Reading »

Un viaggio in bici lungo la cortina di ferro, 7.000 Km dal Mar Nero fino al Mar di Barent, raccontato attraverso un videoblog da aprile ad agosto 2010. E’ quello che stanno preparando due fratelli: Luigi, alias Gabo Vemeer, e Basilio Benedettini. Passato e presente che si incontrano e si fondono, sia dal
punto di vista storico che tecnico. Il percorso sarà attraversato senza nessun altro mezzo di locomozione via terra e verrà raccontato e documentato attraverso
video, foto, disegni, scritti e quant’altro potrà essere usato attraverso un blog. La scelta di questo mezzo nasce per poter render il più possibile vivo questo viaggio, creando un’iterazione non solo virtuale lungo il percorso e fornendo anche informazioni utili turistiche, storiche e di viabilità. Le due biciclette saranno a tutti gli effetti uno “studioportabile”, una postazione mobile di ripresa,montaggio e diffusione in rete.L’idea dell’Iron Curtain Trail nasce 1999 a dieci anni dalla caduta del muro quando Michail Gorbacev, l’ex presidente russo, lanciò l’iniziativa di riqualificare quella che era la cortina di ferro in una lunga pista ciclabile, trasformando così un simbolo di divisione dei popoli in un simbolo di incontro e unione. Oggi finalmente il progetto inizia a prendere una forma concreta. Anche la comunità europea tramite la commissione impresa e industria è interessata a questo percorso nell’ottica di un rilancio del turismo sostenibile e si sta lavorando per far diventare l’ICT la tredicesima eurovelo.
Inoltre il 2010 è l’anno della salvaguardia europea della biodiversità e proprio il tragitto dell’ICT è quello ad esserne maggiormente interessato in quanto l’unico vantaggio ad esser stato una zona off limits per quasi mezzo secolo è stato quello di aver mantenuto un habitat naturale unico nel continente, la Green Belt (cintura verde).

Per maggiori informazioni sul viaggio potete visitare il sito:  http://studioportabile.blogspot.com/ e vedere il videotrailer qui  http://www.youtube.com/watch?v=fv98a0kY7wI

Altri link utili sul percorso invece sono: http://www.ironcurtaintrail.eu/ e http://europeangreenbelt.org/

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Pubblichiamo questo testo di Valerio Cremonini uscito sulla stampa locale di La Spezia che non ha avuto l’esito sperato, ovvero la restituzione della bicicletta.

Mai avrei immaginato di avervi come destinatari di una mia lettera, ma dopo aver subito nei giorni scorsi il terzo furto ho pensato di dirvi qualcosa esprimendovi, ovviamente, la mia forte disapprovazione per la vostra infelice attività dannosa a moltissimi concittadini. Nel 1948 il grande Vittorio De Sica, con il suo acclamato film neorealista “Ladri di biciclette”, vi ha resi protagonisti della triste vicenda che coinvolge un modesto attacchino romano, già disoccupato, a cui viene rubato il mezzo indispensabile per il suo lavoro. È probabile che qualcuno di voi conosca il film e, chissà, si sarà commosso durante la sua visione.
Ma non è il mio caso, seppure anch’io per altri motivi attribuisca grande importanza alle biciclette che mi sono state furtivamente sottratte. A quest’ultima, in particolare, ero molto legato e, pertanto, confido che venga trattata con riguardo. Il rappresentante della vostra deplorevole categoria che ha rubato in via Dalmazia la mia mountain bike blu si sarà certamente reso conto che non è più nuovissima. Ha ben diciannove anni, ma avendola mantenuta sempre in buono stato è quanto mai efficiente e mai mi ha tradito nelle più o meno lunghe escursioni che ho collezionato in tutti questi anni. Conosce come pochi la Val di Magra, la Val di Vara, le salite di cui è ricca la nostra provincia, quelle molto impegnative di Campiglia e Biassa e tantissime altre più pedalabili. Poi, la strada di Porto Venere le è così familiare, che quasi è lei a guidare. Sa certamente apprezzare le bellezze dei paesaggi che incontra e, proprio a Porto Venere, è abitudine per lei sostare qualche attimo sul Cavo, al termine della dura salita, e contemplare l’impareggiabile veduta del nostro golfo. Anche la fatica si dissolve.
Vedete quanto mi era utile la bicicletta che da qualche giorno non ho più! Rubando la mia “Carrera-Vagabond” del 1989 (sembra che stia parlando di un “Brunello” o di un “Barolo” d’annata) mi avete tolto tantissimo, ma a voi poco importa. Continue Reading »

 

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La mia prima bicicletta era… un triciclo. All’epoca si imparava a pedalare in equilibrio grazie alle due rotelle “di sostegno”. Naturalmente, in cortile dove le auto parcheggiate erano rare, un vero simbolo sociale (non come gli attuali modelli in leasing). Le lezioni di “cicloguida” prevedevano il rilascio progressivo delle piccole ruote, sempre più sollevate da terra. Finché diventavano inutili e si scopriva di saper davvero andare in bicicletta.
Con la prima bici ci si poteva avventurare fuori dal cortile di casa. Fino in patronato per giocare a minibasket (molto meglio del calcio…). O al bar per tentare la fortuna mangiando boeri, degustare la spuma non solo all’arancia, succhiare i ghiaccioli con i coloranti. Sempre con la prima bici (allora duravano e bastava il lucchetto a scatto sulla ruota posteriore a preservarle) si pedalava in compagnia e si imparava “sul campo”. A prendere in diagonale i binari ferroviari: altrimenti si cadeva o, peggio, il copertone restava prigioniero dei binari con tutte le conseguenze del caso. A correre più veloci dei cani, disputare volate di gruppo, cronometrare gimkane. Ma anche a fare i conti con le ruote bucate, i freni a tamburo inceppati, le selle semovibili, i carter grippati, le catene scese. Una piccola scuola di vita, metaforicamente. Un piccolo mondo di ragazzini alla via Paal versione due ruote. Continue Reading »

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Sopralluoghi di un aspirante Vagabondo del Dharma
(Puntata 2)
di Paolo Merlini
La Stada per Campo Imperatore: Strada Regionale 17 bis

Mi rimetto sulla strada con in mente due frasi tratte dal magnifico “Dalmazia Dalmazia!” di Emilio Rigatti: ” Solo la città che sorge alla fine di un cammino apparirà nel suo alfabeto segreto ed evidente al contempo. È il cammino che prepara lo sguardo che accoglierà le mura, le torri, le chiese, le case e i palazzi.”
È un inverno come Dio comanda alle mie latitudini e sul Gran Sasso ha nevicato molto. Il Valico delle Capannelle, a quota 1.300 sarà di certo transitabile solo con catene e la strada che sale a Campo Imperatore sarà sicuramente sbarrata.
http://it.wikipedia.org/wiki/Passo_delle_Capannelle
Ecco, la sbarra. Ricordo che mi fece impressione, la prima volta che vidi questa strada chiusa per non far salire le automobili. Nella mia infinita ingenuità pensai a qualche stramba forma per riservare questa bella via di montagna solo ad un turismo lento. Non è così, la strada viene chiusa d’inverno per la neve. Il ciclista o il viandante che sarà arrivato qui da Teramo, troverà a sinistra l’imbocco con la Strada Provinciale 86 detta “del Vasto”. In estate sarà accolto da mandrie di bovini al pascolo ai lati della strada asfaltata. C’è un breve strappo in salita e poi, per circa 15 km la strada è tutta pianeggiante. Immaginate una strada di montagna, abbarbicata sulla parete rocciosa ma tutta dritta ed in leggera discesa. Dal valico a Fonte Cerreto, ci sono meno di 20 Km che il ciclista affronta in genere in assoluta solitudine estasiato dalla vicinanza delle cime più basse del massiccio del Gran Sasso.
http://it.wikipedia.org/wiki/Gran_Sasso Continue Reading »

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di Alberto Fiorin

LA CITTÀ CHE NON C’È PIÙ
giugno 1989
Poco prima di abbandonare l’Ungheria abbiamo fatto tappa in una città destinata a scomparire dalle carte geografiche nel giro di pochissimi anni, una città-fantasma che adesso è assolutamente irrintracciabile: il suo nome, Leninvaros, l’ha condannata a morte sicura in un mondo che si è velocemente trasformato facendo sparire, quasi con rabbia cieca e furore, qualsiasi traccia di quel comunismo che per anni ha tracciato la via maestra nei paesi oltrecortina. Tiszaujvaros è molto meno suggestivo e certamente impronunciabile e noi adesso possiamo dire con orgoglio di essere stati tra gli ultimi turisti a visitare Leninvaros. In effetti di turisti ce ne dovevano esser stati ben pochi in quella cittadina che nulla aveva ed ha da offrire a parte grandi alveari in stile realismo-sovietico. Continue Reading »

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27 novembre 31 dicembre 2009 - Da Siem Reap (Cambogia) a Vientiane (Laos)

VIENTIANE, Laos 2 gennaio 2010, 15:40
Galleria video e foto su www.travelforaid.com

Il 27 novembre sono stato a far visita alla scuola d’arte gestita dal CIAI (Centro Italiano Aiuti all’Infanzia), dove gli studenti sono ragazzi di strada o provenienti da famiglie particolarmente non-abbienti. Qui imparano la danza, la musica ed il ricamo secondo i dettami della tradizione classica così da far diventare il centro anche un luogo di recupero e trasmissione alle nuove generazioni della antiche arti cambogiane. Il direttore della scuola ha trovato molto interessante il video che ho girato a Batambong il 30 ottobre 2009 in cui mostro ballerine sulle sedie a rotelle, chiedendomi i contatti di Padre Kike per fare un gemellaggio. Sarebbe un stimolante progetto da finanziare.
La mattina del 29 novembre mi sono svegliato stanco a causa di qualche bicchiere di troppo trangugiato alla cena della sera precedente in cui una trentina di persone abbiamo festeggiato la quinta orbita completa di Giove intorno al Sole dalla nascita del mio amico-compagno-mentore Claudio Bussolino. Con Claudio ho scritto il libro di viaggio sul Laos edito dalla Polaris e da lui ho imparato a fare la guida turistica di alto livello. E’ stato un gaio ritrovo di colleghi ed amici cambogiani, quasi tutti ventenni già sposati con figli, che hanno continuato a chiedermi perché fossi ancora single. Gli ho risposto che per ora sono troppo giovane e che un giorno sarò troppo vecchio per mettere su famiglia… Ho lasciato Siem Reap dirigendomi verso sud-est sino a Kompong Thom coprendo 140 chilometri in una giornata solatia ma non torrida su una delle autostrade più pittoresche della Cambogia. E’ periodo di mietitura del riso e la campagna brulica di contadini con il falcetto a uncino che tagliano le spighe gialle, mentre sulla strada carri trainati dagli zebù trasportano i sacchi con i chicchi da far seccare e conservare con la pula nel granaio di casa. Continue Reading »

 

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Pubblichiamo le prime righe dell’articolo “In città con la bici intelligente” pubblicata su Libero News. Per leggere il seguito vi rimandiamo a http://viaggi.libero.it/news/ecco-la-bici-intelligente-copenhagen-wheel-bicicletta-elettrica-ne1865.phtml

Si chiama Copenhagen Wheel la nuova due ruote che annuncia una rivoluzione nel modo di pensare la città. Recupera energia grazie a un congegno nella ruota posteriore e i suoi sensori sono in grado di monitorare traffico e qualità dell’aria.  Sarà perché i danesi sono particolarmente sensibili all’ambiente o anche perché hanno appena vissuto un momento di gloria per aver ospitato il summit Onu per l’ambiente, sta di fatto che in Danimarca la bicicletta è ormai da tempo un oggetto che fa parte del panorama locale. Esattamente come il Colosseo a Roma o la Tour Eiffel a Parigi. Ma se fino ad ora era considerata semplicemente - e non è poco - l’emblema della mobilità urbana, con la presentazione di “Copenhagen Wheel” la bicicletta fa un salto di qualità e si fa più smart, trasformandosi da semplice semplice due ruote a vettore multifunzionale in grado di fornire informazioni di ogni sorta. Il tutto grazie alla tecnologia informatica che riesce a fare meraviglie in settori che non ti aspetti.

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La Gloria

Posso ricordare la mia prima bici come un miraggio, quasi un sogno. Un sogno accarezzato, pasciuto e cresciuto per anni. Una Gloria “color rosso camion dei pompieri” con le ruote del 24: la rivedo ancora appoggiata al muro del sottoscala, come mi appariva ogni volta che le passavo davanti e incantato la guardavo come una sposa promessa. Quella Gloria “color rosso camion dei pompieri” era la vecchia bicicletta di mio fratello maggiore (7 anni più di me). La bicicletta che sarebbe stata mia quando. crescendo, avrei potuto montarci in sella toccando terra con la punta dei piedi. Così, nell’attesa, ho imparato ad andare in bicicletta, in bici o, meglio ancora in biga, come dicevamo noi della compagnia, su quelle dei miei amici ai giardinetti di Corso Indipendenza a Milano, dove trascorrevo tra partite di pallone, giochi di biglie, tollini e mago o libero (più noto come guardie e ladri), buona parte del mio tempo libero da scuola, compiti e malattie. I miei compagni di allora me la prestavano non senza farsi pregare ma, ripensandoci oggi, con una buona dose di generosità e fiducia. Non ho quindi il ricordo di un padre sorridente alle mie spalle, che mi sospinge e, al momento giusto, lascia andare il sellino, o di parenti festanti con cineprese o videocamere pronti a immortalare l’impresa. E nemmeno ho vissuto il rito dello smontaggio delle rotelline. Continue Reading »

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di Alberto Fiorin

PONTE DELLA DELIZIA
giugno 1989
La stanza d’albergo è spartana ma ai nostri occhi appare come un approdo sicuro, il luogo ideale dove ristorare le stanche membra e soprattutto far riposare la testa, ancora eccitata dai tumultuosi eventi della giornata. Ci troviamo a Pontebba, cittadina carnica in provincia di Udine. Finalmente siamo in viaggio: dopo tanto parlare, discutere e organizzare resta da fare solamente la cosa per cui ci siamo battuti questi lunghi mesi, pedalare.
Ora a parlare saranno solo le nostre gambe e i nostri occhi potranno vedere ciò che in questi mesi la nostra testa ha immaginato. Sembra banale ma non vedevamo l’ora di ultimare i logoranti e interminabili preparativi e dedicarci esclusivamente al nostro viaggio. Ora siamo qui per gustarcelo tutto, appieno, ogni pedalata, ogni sosta, ogni cena, ogni battuta con i compagni.
Siamo in 15, 13 ciclisti e 2 accompagnatori, un bel numero, e non ci conosciamo ancora bene. Anzi, si può proprio dire che non ci conosciamo affatto. Ciò che ci ha uniti è stato la passione per la bicicletta e l’amore per l’avventura: il desiderio e la possibilità di coniugare ambo le cose ha fatto sì che il gruppo si cementasse e restasse unito durante la fase organizzativa ma ora veniva la parte più bella e più dura del viaggio: conoscersi ed imparare a capire pregi e difetti cercando di apprezzare gli uni e sminuire gli altri. Non c’è niente di meglio che pedalare fianco a fianco per entrare nell’intimità di una persona, carpendone le più remote sensazioni. Continue Reading »

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di Alberto Fiorin

CHI L’HA (IL) VISTO?
aprile 1989
Continuava però a sfuggirci dalle mani la questione principale, quella del permesso e dei visti, nonostante l’interessamento personale del sindaco di Venezia e di associazioni riconosciute dall’Unione Sovietica. Nessuno ci sapeva dire come si potevano ottenere ‘sti maledetti visti.
E qui decisivo è stato il ruolo giocato da don Erasmo, il sacerdote dei bassanesi, che aveva una decennale esperienza di rapporti con l’Unione Sovietica.
Apparve evidente a tutti noi, fin dal primo incontro con lui, che aveva delle entrature importanti che ci avrebbero probabilmente consentito di oltrepassare questo confine che stava diventando ai nostri occhi sempre più ostico e invalicabile.
La cosa effettivamente strana era che più passava il tempo e più ci concentravamo nell’organizzazione del viaggio più ostacoli emergevano e meno le cose sembravano fattibili. Insomma la realizzazione del nostro sogno sembrava allontanarsi in rapporto inversamente proporzionale all’impegno profuso e alle persone coinvolte. Questo sempre in relazione all’aspetto burocratico, perché per l’aspetto tecnico-organizzativo le cose stavano procedendo per il meglio. Anche il contatto con il presidente della Federazione Ciclistica Italiana, Agostino Omini, sembrava aver smosso ben poche acque.
Tutte le residue speranze erano ormai riposte su don Erasmo, che ostentava sicurezza e ci rassicurava, dimostrandosi certo della buona riuscita dei suoi interventi.
Nel frattempo era sopraggiunto aprile e il gruppo era in fibrillazione: la partenza era prevista tra due mesi e solo poche cose erano già pronte mentre moltissime, le più importanti, erano ancora in alto mare. Continue Reading »

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Era più forte di me, non riuscivo a dargli del tu anche se era lui che me lo chiedeva. Finché un giorno mi disse: “Senti, mi dai del lei quando ho su una camicia bianca e cravatta, però non me le matto mai, quindi mi dai del tu”. Solo così ci sono riuscito.
Avevo conosciuto Fausto Coppi nel 1950, in allenamento. E chi non lo conosceva da queste parti? Era il nostro eroe, se andavamo in bicicletta, lo facevamo anche per lui, e chiunque, chi più chi ancora di più, in cuor suo sperava di poter diventare - anche se per un solo giorno - come lui. Così, quando lo incontravamo sulla strada, che si allenava, con i suoi gregari, qualche volta, con molta prudenza, e con molto rispetto, ci mettevamo dietro, in fila, in silenzio.
Ci si allenava insieme sulle colline di Tortona, il giro del Sassello, e anche in Riviera. A Sestri Ponente la suocera di Coppi ci preparava, sul tavolo di casa, il rifornimento: tre mucchietti di fichi secchi e prugne secche: uno per il Fausto, uno per l’Augusto Morselli, bel pistard, e uno per me. Lasciavamo la bicicletta sulla strada, io e l’Augusto, tre piani di scale a piedi e, scendendo, giù che c’eravamo, portavamo giù la bicicletta del Fausto. Si andava incontro alla squadra, e poi alè, rumba, battaglia per tutti.
Fausto era la più brava persona che ci sia mai stata. Con lui non si poteva litigare: bastava uno sguardo per capire, per intendersi e per mettersi in riga. Poteva sembrare un uomo chiuso, e forse lo era. Però in bicicletta era un altro, allegro, senza pensieri. Perché lui ne aveva, di pensieri. Dalla morte di Serse in poi, era pieno di pensieri.
Il 27 dicembre 1959 è una domenica. Dobbiamo andare lù, nella villa di Coppi, a fare festa. Con Gismondi abbiamo promesso di portare i regali al Faustino. Ma lui, Fausto, non sta bene. E la festa è rimandata alla Befana. Il 2 gennaio, la mattina alle sette, al radiogiornale sento che Coppi è grave. Mi precipito là, in ospedale, in bicicletta, maglione Coppi e berretto nero. Ci sono Giulia e Ettore Milano. L’Ettore mi fa: “Walter, vai a prendere il vestito grigio”. E mi dà le chiavi della Fiat 600 del Fausto. Vado, torno, e il Fausto l’hanno portato giù. Poi lo vestono.
Con la giacca, la camicia bianca e la cravatta, secondo i nostri accordi, avrei dovuto dargli del lei. Invece mi veniva solo da piangere.

Walter Almaviva è nato il 1° dicembre 1933 a Vignole Borbera (Alessandria). Professionista dal 1958 al 1961, ha ottenuto una vittoria. Abita a Vignole Borbera.
Questo brano è stato tratto dal libro “Gli angeli di Coppi. Il Campionissimo visto da chi ci correva insieme, contro e soprattutto dietro” di Marco Pastonesi.

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La Graziella

Dopo lunghi anni popolati solo da un cavallino a dondolo di peluche e da un triciclo che, per la difficoltà di pronunzia chiamavo tricìcolo, era arrivata la Graziella.
Non c’era gran che da fare con una bici a Napoli: strade in salita, picchi improvvisi in discesa, traffico da paralisi, negli anni Settanta ancor più spaventoso e nevrotico di quello attuale, e così la Graziella se ne stava nello scantinato del palazzo, in attesa delle domeniche in villa e delle passeggiate fuori città.
Ma, una volta arrivati su via Caracciolo o fra le palme della villa comunale, ecco che sorgeva il problema: in bici, io, non ci sapevo proprio andare.
La Graziella aveva le rotelline ai fianchi, come le zampe corte di certi pesci per la zuppa che indicano il passaggio darwiniano incompiuto dall’acqua all’aria. Le rotelline erano le zampe dello scorfano, sotto le ruote vere della bici, ali senza aria, perché di correre su due ruote non mi riusciva proprio.
Avevo paura ed ero un’imbranata cronica: negli stessi anni avevo tentato di andare sui pattini a rotelle, anche quelli di antico stampo, ereditati da mia madre, con certe sconnessure di metallo gracchiante costruite a scatto alla fine degli anni Cinquanta.
Non ero buona a niente, avevo gli occhiali, ero grassoccia e non mi riusciva bene uno sport che fosse uno. A scuola, l’insegnante di ginnastica, la signora Lucia, alta, bruna, mediterranea e energica, aveva tentato senza successo di insegnarmi la capriola all’indietro: andavo in avanti, per inerzia e con il rischio di spezzarmi il collo, ma non sapevo spingere abbastanza da portare le gambe dietro la testa. Ci andavo a destra o a sinistra e nei saggi restavo ferma a sbagliare sul più bello, mentre andava, inesorabile, la musica del Guardiano del Faro e un’intera platea di mamme adoranti le loro snelle e pieghevoli figlie si dava di gomito, indicando le frittelle senza forma che, come me, scomponevano il bel ritmo della coreografia stalinian-partenopea disegnata dai corpi nella palestra. Continue Reading »

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di Alberto Fiorin

SEGNO DI RICONOSCIMENTO: UN FIORE ROSSO ALL’OCCHIELLO
gennaio 1989
Padova, Piazza delle Erbe, ore 17: sembrava un appuntamento galante e la tensione e la curiosità annidate in me facevano sembrare questo incontro effettivamente un convegno clandestino, del tipo “nuovo amore che nasce”. Due folti baffi scuri si materializzano puntualmente sopra una rosa rossa (o un garofano, non ricordo più). L’oggetto dei miei desideri ciclistici era lì a due metri da me, Leopoldo, il comandante del gruppo dei bassanesi (ci fossimo conosciuti una decina di anni dopo sono certo che Leopoldo sarebbe stato elevato – o retrocesso – al ruolo di subcomandante). Poche parole ma le idee erano chiare, mentre il progetto lo era molto meno per colpa delle difficoltà burocratiche che rendevano la realizzazione del nostro sogno ancora assai nebulosa.
“Ma ti rendi conto, saremmo i primi ciclisti italiani a varcare il suolo sovietico!.” dissi. Leopoldo rispose: “Per i miei gusti tu usi una emme di troppo: saremo i primi ciclisti italiani a pedalare in Unione Sovietica.”
Era fatta, ci eravamo piaciuti ed eravamo disposti a mettere da parte qualsiasi gelosia pur di arrivare alla meta, che effettivamente appariva ancora difficile da raggiungere. Bisognava far convogliare tutte le nostre forze per raggiungere l’obiettivo senza banali perdite di tempo o di concentrazione. Da quel momento saremmo stati un gruppo unito e compatto, anche se gli altri amici ancora non lo sapevano. Continue Reading »

Buon ciclo-Natale a tutti!

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