
In occasione della Festa della donna e dell’uscita, contestuale, del libro “Attenzione ciclisti in giro” a cura di Fernanda Pessolano e Marco Pastonesi con autori del calibro di Gianni Mura, Gian Luca Favetto, Alfredo Martini, John Foot e molti altri, pubblichiamo in anteprima per voi il racconto “Una donna chiamata strada” di Andrea Satta, leader dei Tetes de Bois e autore, per Ediciclo, del libro I riciclisti. Il libro sarà presentato domenica alle 16.00 alla Fiera Bicicaromaexpo in programma da oggi fino a domenica nel nuovo polo fieristico della Capitale. Buone pedalate soprattutto a tutte le donne!
Ogni volta che vedo una bici appoggiata a un muro penso ad Alfonsina, ci penso soprattutto se si tratta di una bici da donna, di quelle con i raggi a colori sulla ruota posteriore a protezione del vestito o della gonna. Vedo lei in surplace basculante, con le spalle sul muro, in equilibrio, sorridente e, nella stessa foto, un portone di legno offerto al vento, un campanello ossidato che suonerà poco e roco, un parafango arrugginito e il pensiero altrove e lento. Una bicicletta che aspetta è una presenza, un’attesa che sarà presto movimento, azione, fuga, nuova destinazione. Eppure Alfonsina è stata un’atleta molto più che una mamma in bici. Una storia molto strana, un cuneo aguzzo nella pancia borghese italiana. Così, mentre la guardo, afferro per il manubrio quella bici abbandonata, piede sul pedale, salgo sul sellino, accendo il mio motore e penso a lei e a come è andata. Sono tra il mare e la montagna, un po’ città e un po’campagna, le nuvole in cielo stanno diventando ruote, pedali e poi ali.
Alfonsina, sposata Strada, morì nel 1959. L’Italia si apriva a nuove speranze, si ritinteggiavano i muri e le credenze, comparivano i Geloso a bobine a tasti colorati, le rate per i salottini in sky tanto sospirati, sui giradischi Lesa a valigetta e gambe di metallo ondulavano, a 78 giri, le musiche da ballo, Bruno Martino, il Quartetto Cetra, Natalino Otto e Marcondirondirondello, urlava Volare in ogni angolo di strada Modugno e che il futuro arrivi e che vada come vada… Si girava La Grande Guerra perché la guerra era ancora vicina, si girava La Dolce Vita perché qualunque vita è dolce dopo la guerra. Le fidanzate si baciavano sul filobus prima del sacramento, ma la domenica, qualche fortunata, già faceva l’amore nella Nuova Cinquecento. In serie A c’erano Nordhal, Liedholm e Angelillo, tutti uomini che portavano il cappello. Roma si trasformava per l’Olimpiade imminente, sventrando i suoi Lungotevere e asfaltando i binari dei tram, errore grave dai molti rimpianti e pochi pentimenti. Con queste foto in bianco e nero si chiusero gli occhi di Alfonsina. Lei non poteva certo immaginare che molti anni dopo ci saremmo potuti tutti innamorare. Non bastarono le salite e le discese, per morire, le gomme sfinite e scoppiate, le biciclette pesanti come cancelli, le strade bianche di pozzanghere e buche, lei unica donna fra cento fratelli e le migliaia di chilometri nella polvere e nel fango, in quegli anni giovani in cui furoreggiava italico il tango, ma un motore ghiacciato e cattivo, ostinato a non partire. Si era comprata una moto perché non ce la faceva più tanto a pedalare. Destino estremo, letterario e paradossale. Continue Reading »
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