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Nel decennale della morte di Marco Pantani Ediciclo ricorda il campione, l’uomo, lo scalatore che prendeva le salite come sfide personali, lo sguardo animato di passione, con due eventi, il libro “Nel nome di Marco” di Michele Marziani e il numero monografico di Cycle!, dedicato a lui…

“Eppure vince”

Un estratto da “Nel nome di Marco” di Michele Marziani – collana Battiti, illustrata da Riccardo Guasco

cop ora del fausto2“Sono lì quel giorno. Al traguardo. In attesa. Ci sono andato apposta. Mi ci sono fatto mandare.Non ho mai visto Marco Pantani correre al Giro. Anche quel giorno lo vedo solo per una frazione di secondo. Quella in cui taglia il traguardo a schiena curva, con le mani a stringere il manubrio e la fatica dipinta sul volto. La faccia quasi incredula, insicura, di chi non comprende bene di aver vinto, di chi non è certo fino in fondo di averli sorpassati tutti. Eppure nella fronte aggrottata c’è il sorriso, in quelle pieghe che trattengono il respiro, che costringono alla pedalata dura. Vedo gli occhi. Vedo l’uomo. Neppure mi accorgo del baccano, del tifo da stadio, delle bandiere nere con ossa e teschi che sventolano al passaggio del Pirata, degli altoparlanti, dei palloni a forma di immensi bicchieri di tè freddo, delle scritte degli sponsor dappertutto.  Ho percorso la strada che conduce al traguardo, l’ho percorsa prima della gara, per un tratto, a piedi, con i ragazzi della parrocchia. Ho visto le scritte sull’asfalto: tutte per Pantani. È lui, è il campione
che tutti ci aspettiamo vincitore. Così andiamo al traguardo. Ad attendere. Contiamo tutti sulla salita perché lui in salita è unico. In più, personalmente, conto sulla Madonna Nera. Sì, lo so, i miracoli sono cose forse più serie, ma anche lei secondo me tifa Pantani. Quando mi è scappato di dirlo al cardinale Marcolongo, a quello che è stato il mio padre spirituale e oggi è alle prese con le mie preoccupazioni… be’, quando ho detto al cardinale che anche la Madonna Nera tifa Pantani, prima mi ha guardato serio e mi ha intimato di non essere blasfemo. Poi si è messo a ridere e ha detto: «Fausto, Fausto, forse hai anche ragione, qualcuno si dovrà ben occupare di lui per farlo vincere. Così poco aggraziato, sembra quasi rachitico, magro, con quelle orecchie a punta, un fisico che proprio non aiuta… Eppure vince…».  «Eppure vince…».”

CYCLE! 4 – PANTANI

Il quarto numero di Cycle!, dedicato a Marco Pantani. Al suo interno:

MARCO PANTANI 2004-2014
a cura di Gino Cervi
Narrazioni intorno al Pirata di Marco Pastonesi (Marco), Paolo Maggioni (Una biglia), Myriam Nordemann (Pantani di tutti i colori), Claudio Sanfilippo (Le discese ardite), Antonio Gurrado (Non ha vinto il gatto), Andrea Maietti (Nel cielo di San Valentino), illustrate dalle tavole di Daniele Margara (www.danielemargara.com).

Verso il mare (illustrazione di Daniele Margara)L'allodola (illustrazione di Daniele Margara)La biglia (illustrazione di Daniele Margara)

E ancora ritratti, interviste, memorie su quel che resta del Pirata a dieci anni dalla sua scomparsa:
· Dieci anni in picchiata. Le scorribande di Marco Pantani, il Pirata, di Claudio Gregori;
· Lo scalatore esistenziale. Intervista a Philippe Brunel, di Gino Cervi;
· Suicidati da tutti. Il Pirata Pantani e il Corsaro Pasolini, di Gianni D’Elia;
· Le rose di Pantani, una poesia di Gianni D’Elia;
· Dietro a un romanzo. Il backstage di Nel nome di Marco, di Michele Marziani;
· Il gigante dell’acqua e il sogno impossibile. Intervista ad Antonio Rossi, di Lorenzo Franzetti;
· Canzoni per Marco, di Gino Cervi: parole e musica dedicate al Pirata, dai Litfiba a Baccini, da Lolli a Les Wampas, da Venditti agli Stadio; e una Rimini in comune con Fabrizio De André;
· Sei libri per Marco, un antologia di testi tratti da libri di Gianni Mura (Qualche stupido dirà che sono nuvole), Giorgio Terruzzi (Aveva voglia di urlare), Maurizio Ruggeri (Uscire dal gruppo), Gian Luca Favetto (Per riparare un torto), Francesco Ricci (Con il cuore in stand-by), Andrea Scanzi («Scatta Pantani»). Continue Reading »

Il libro di Margherita Hack e Pierluigi Di Piazza curato da Marinella Chirico si aggiudica l’ottava edizione del virtuoso premio dedicato a Tiziano Terzani

Assegnato a “Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete” di Margherita Hack e Pierluigi Di Piazza a cura della giornalista Rai Marinella Chirico (Nuovadimensione editore) il primo posto della sezione “opere edite” del prestigioso Premio Letterario Firenze per le Culture di Pace promosso e organizzato dall’Associazione Onlus “Un Tempio per la Pace” in collaborazione con la  Regione Toscana, la Provincia di Firenze e il Comune di Firenze.

Il Premio, giunto alla sua ottava edizione, è dedicato a Tiziano Terzani come omaggio a un grande testimone dell’incontro fra culture diverse, una voce fondamentale del nostro tempo sul cammino di pace.

Don Pierluigi Di Pesecutivo copertina io credo.inddiazza e Marinella Chirico sono molto contenti dell’assegnazione e, a Firenze, ritireranno il premio anche a nome di Margherita Hack, scomparsa lo scorso giugno.

“Un premio che ci onora, che onora soprattutto la grandezza di Margherita come scienziata e come donna”, commenta Marinella Chirico, “È un motivo in più di orgoglio il fatto che questa cerimonia avvenga proprio nella città dove è nata e alla quale è rimasta molto legata, nonostante si sentisse triestina d’adozione. È un modo per noi per dire che Margherita c’è e con lei restano vivi la sua coerenza, la sua etica, il suo coraggio. La sua eredità resta patrimonio di tutti e questo premio ne è un’ulteriore conferma. Saremo a Firenze per lei e con lei.” Continue Reading »

Riscatto mediterraneo

Voci, fermenti, rivoluzioni: cosa sta succedendo?

Presentazione del libro e del fenomeno con Gianluca Solera, Bernard E. Selwan Khoury, Federica Giardini

 

Sabato 7 dicembre 2013 ore 16.00

Piùlibri&Piùliberi – Fiera della piccola e media editoria, Roma

Eur – Palazzo dei Congressi, Sala Corallo

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Cosa sta succedendo nel Mediterraneo? Rivolte, scontri, manifestazioni, idee… Nuovi fermenti agitano i paesi affacciati sul Mar Nostrum. Gianluca Solera, giornalista, scrittore, esperto della geopolitica del Mediterraneo ce lo racconta nel suo libro “Riscatto mediterraneo” fresco di stampa per Nuovadimensione editore alla fiera Piùlibri&Piùliberi di Roma. L’appuntamento, che lo vedrà dialogare con Bernard E. Selwan Khoury, direttore dell’Osservatorio Geopolitico del  Medioriente e con Federica Giardini, ricercatrice in Filosofia Politica all’Università Roma Tre, è  previsto per sabato 7 dicembre alle ore 16.00 presso l’Eur-Palazzo dei congressi, nella Sala Corallo.

 

 

Il respiro delle grotte

Una discesa nel sotterraneo…
con Natalino Russo, Fabrizio Ardito e Angelo Melone

Domenica 8 dicembre 2013 ore 17.00

Piùlibri&Piùliberi – Fiera della piccola e media editoria, Roma
Eur – Palazzo dei Congressi, Sala Rubino

copertina grotte 2Un viaggio nel sottosuolo, ascoltando la voce della Terra, ascoltandosi dentro. Questa è la suggestiva proposta di “Il respiro delle grotte”, edito per la collana
Piccola Filosofia di Viaggio di Ediciclo Editore e in programma all’interno di Piùlibri&Piùliberi,  la Fiera della Piccola e Media Editoria di Roma, la prossima domenica 8 dicembre alle ore 17.00  all’Eur-Palazzo dei Congressi presso la Sala Rubino. A dialogare con l’autore,   Natalino Russo, fotoreporter, scrittore e speleologo esperto, Fabrizio Ardito, scrittore e camminatore e il giornalista Angelo Melone.

 

 

 

Nel nome di Marco

Presentazione del romanzo dedicato a Pantani di Michele Marziani

 Domenica 8 dicembre 2013 ore 18.00

Piùlibri&Piùliberi – Fiera della piccola e media editoria, Roma

Eur – Palazzo dei Congressi, Sala Ametista

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Michele Marziani sarà ospite della Fiera della piccola e media editoria “Piùlibri&Piùliberi” in programma all’Eur di Roma il prossimo 8 dicembre alle ore 18.00 presso la Sala Ametista. Presenterà la sua ultima fatica letteraria che sta girando tutta l’Italia: “Nel nome di Marco” (ediciclo editore), un romanzo che vede sullo sfondo il grande  campione Marco Pantani per una storia che regala emozioni e riflessioni tra amore, fede, bicicletta e disperazione. Con l’autore sarà presente, nelle vesti di moderatore, Sergio Bianchi, scrittore ed editore.

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Muore oggi Mario Fossati, storica penna de La Repubblica che ha regalato pagine sul ciclismo di straordinaria bellezza. Lo ricordiamo con questo pezzo, che estrapoliamo da “Le bici di Coppi”. Buon viaggio Mario.

Al velodromo con Fausto

di Mario Fossati

 

bianchi020Fu nel ’48 o nel ’49. Ero in forza alla “Gazzetta dello Sport”: e giovane. Il ciclismo faceva titoli e Coppi era il ciclismo. Quell’anno venne deciso che io avrei seguito Coppi in tournée. Per me il ciclismo di Coppi era un modo di vita esaltante. Non aveva vizi. Io oscillavo felicemente a metà tra l’empirismo quotidiano dei tecnici e la dotta, persino pedantesca ricerca di Ambrosini. Era un inverno freddissimo. Si viaggiava sui treni blu (il contratto proibiva l’aereo). Si sbarcava la sera in una grande città del Nord Europa. Avvolto in un cappotto color cammello, una sciarpa che gli copriva la bocca e il naso, la leggera bicicletta da pista ripiegato sotto un braccio, Coppi trovava immancabilmente un soigneur che lo aspettava all’altro capo del marciapiede. «Bonjour… Bonsoir. Ça marche?… Ça marche!» e si filava in albergo. La camera neutra di un piccolo hotel che Fausto occupava giusto il tempo di una doccia e di un massaggio. Quindi un taxi. [...]. Scattava il match. E Coppi assaggiava l’avversario.  Subito decideva se giustiziarlo con un “parziale” iniziale o premerlo a lungo fino a ingolfargli il motore. Quattro, cinque giri generalmente gli bastavano per stendere specialisti famosi. Quando faceva l’inseguimento l’impresario gli risparmiava l’individuale finale. C’era il tempo per squagliare nel vento, nel freddo, verso lo specchio di un ristorante. Finalmente le ostriche avevano il potere di aprire Coppi. Gli occhi si facevano più vivi e lucidi e i gesti più rapidi. Nello scompartimento del vagone-letto il sonno non arrivava mai, si chiacchierava per ore. Coppi parlava con finezza. Ragionava di se stesso senza indulgenza e senza orgoglio. Lamentava la sua fragilità, sentiva di possedere un eccezionale motore. [...] Una notte, all’uscita del velodromo coperto di Copenaghen, un ventaccio gelido di mordeva, crescendo di forza. «Pensa Fausto, se ci riuscisse di trovare del vino caldo. Facciamo un’insalatiera di vino bollente!». Sognavamo entrambi una baracca come ce ne erano dalle nostre parti a quei tempi, che portasse scritto: osteria. Andavamo invece a ripararci in stazione dietro una fila di vagoni-cisterna perché quella volta il treno-blu era in ritardo.

 

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Leggi i primi due capitoli del libro “Nel nome di Marco” d i Michele Marziani, fresco di stampa per ediciclo editore.

Capitolo I

Sono lì quel giorno. Al traguardo. In attesa. Ci sono andato apposta. Mi ci sono fatto mandare. Non ho mai visto Marco Pantani correre al Giro. Anche quel giorno lo vedo solo per una frazione di secondo. Quella in cui taglia il traguardo a schiena curva, con le mani a stringere il manubrio e la fatica dipinta sul volto. La faccia quasi incredula, insicura, di chi non comprende bene di aver vinto, di chi non è certo fino in fondo di averli sorpassati tutti. Eppure nella fronte aggrottata c’è il sorriso, in quelle pieghe che trattengono il respiro, che costringono alla pedalata dura. Vedo gli occhi. Vedo l’uomo.

Neppure mi accorgo del baccano, del tifo da stadio, delle bandiere nere con ossa e teschi che sventolano al passaggio del Pirata, degli altoparlanti, dei palloni a forma di immensi bicchieri di tè freddo, delle scritte degli sponsor dappertutto.

Capitolo II

Ho percorso la strada che conduce al traguardo, l’ho percorsa prima della gara, per un tratto, a piedi, con i ragazzi della parrocchia. Ho visto le scritte sull’asfalto: tutte per Pantani. È lui, è il campione che tutti ci aspettiamo vincitore.

Così andiamo al traguardo. Ad attendere. Contiamo tutti sulla salita perché lui in salita è unico. In più, personalmente, conto sulla Madonna Nera.

Sì, lo so, i miracoli sono cose forse più serie, ma anche lei secondo me tifa Pantani. Continue Reading »

Va in libreria oggi BATTITI, la nuova collana di narrativa di Ediciclo illustrata da Riccardo Guasco. Una collana che propone storie di finzione, nate dalla fantasia degli scrittori, ma con un cuore sportivo. I primi due titoli sono “NEL NOME DI MARCO” di Michele Marziani e “L’ORA DEL FAUSTO” di Mauro Colombo. Vi invitiamo a vedere il video di presentazione che abbiamo preparato.

 

Intervista a Mauro Daltin, autore di Officina Bolivar. Storie sudamericane di destini, polvere e cieli capovolti, fresco di stampa per i nostri tipi.
Suo il blog latitanze, visibile qui.
Quanti Sudamerica ci sono?
Tante Americhe Latine, come tante Argentine e Bolivie, e molteplici Perù. Ad esempio, c’è l’Argentina di Buenos Aires, che come ogni grande città racchiude in sé interi mondi. C’è la Patagonia che è la zona più benestante, turistica, ricca d’acqua, ma con meno densità di popolazione e un immaginario leggendario che spesso si scontra con il presente. E poi c’è il Nord Argentina, più povero. E quando ci si muove fra queste terre estese si notano i cambiamenti di mentalità, di lingua, di modi di fare. Sono tanti piccoli viaggi nel viaggio. Si passa da facce europee e discendenze italiane presenti nella metà degli argentini ai volti triangolari degli indios della Cordigliera Andina fino ad arrivare ad ascoltare parlare quechua nella valle sacra peruviana, attorno a Cuzco.
Dalla terra del realismo magico, quale magia ti sei portato a casa?
La magia di un tempo dilatato, della possibilità e necessità di “compartir”, di stare insieme per ore a chiacchierare attorno a un mate. La magia di non avere fretta, di passeggiare invece che correre. L’incanto di alzare gli occhi al cielo, di notte, e non vedere il grande carro o la via lattea perché a quelle latitudini tutto è capovolto, anche il cielo. La magia di entrare da solo, all’alba, a Machu Picchu e girare fra il tempio del sole e la casa del re senza l’ansia del turista. L’idea di attraversare gli spazi sconfinati delle Ande con la sola luce della luna e una lenta corriera che ti porta. E’ tutto un po’ magico in quelle terre, come testimonia spesso la letteratura che ne è nata: Borges, Sepulveda, Cortazar, Marquez giocano tutti con il surreale e con il rapporto fra mondo magico e mondo reale. Non potrebbe essere altrimenti.
Qual è il volto che ti è rimasto impresso negli occhi?
E’ un libro di facce, pieno di volti e occhi. Quelli di Vittoria Savio e delle “sue” bambine invisibili della Ande sono forse quelli che mi sono appiccicati addosso. Vittoria è una donna piemontese che da 40 anni vive a Cuzco e ha creato una ong (Centro Yanapanakusun) che lavora con le bambine che vengono vendute dalle famiglie d’origine (dell’Amazzonia o dei villaggi andini) alle famiglie ricche della città per schiavizzarle nei lavori domestici. In questo passaggio vengono cancellate dall’anagrafe e spariscono. Lei si mette in mezzo a questa tratta e attraverso l’istruzione cerca di renderle consapevoli dei diritti fondamentali dei lavoratori. Non combatte il lavoro minorile, perché, dice, in Perù i bambini lavorano punto e basta. Ecco, forse i volti dei bambini lavoratori sono quelli che più mi hanno attorcigliato lo stomaco.
Incontri e scontri… nel tuo libro ce ne sono molti. Ti sei scontrato anche con te stesso?
Soprattutto con me stesso, con le mie paure, con le malinconie che ci si porta dentro uno zaino quando si parte. Con i dubbi sulla nostra mentalità europa centrica. Mi sono scontrato con me stesso nelle pause del viaggio, quando lo “stare” diventa momento di riflessione dove ci si guarda dentro e forse ci si scopre un po’ diversi. Come in ogni viaggio, grande e piccolo, si torna un po’ cambiati, leggermente spostati rispetto a prima. Almeno a me succede quasi sempre.
Cosa vorresti cambiare del Sudamerica?
Direi nulla, perché significherebbe ragionare con la nostra mentalità occidentale e volerla portare in una cultura che non è la nostra. E’ terra di contraddizioni e che a volte provoca rabbia per una ricchezza spesso lasciata al suo destino. Ma poi si torna in Italia e cosa si vede? Alla fine le stesse dinamiche, forse. Prima di tutto, penso, vorrei cambiare il paese in cui vivo. 

“Il 10 ottobre ero al lavoro a Lappago quando si è sparsa la voce. Sono giunte le prime notizie incomprensibili: “E’ sprofondato Erto”; “Val Vajont e Val Cellina sono colme d’acqua” “non c’è più il Toc”; “Longarone! Longarone! Chiedono aiuto!”. Io ed i compaesani impiegati a Lappago non riuscivamo a capire cosa potesse essere accaduto e mai avremmo immaginato. Siamo partiti assieme, immediatamente. I paroni ci hanno portato in paese, a Brunico; da li abbiamo preso un taxi ed abbiamo tentato di entrare nella valle di Erto attraverso Cortina, ma un blocco stradale ci ha fermati e non ci ha lasciati passare perché le vie di comunicazione erano state mangiate dall’onda; allora abbiamo tentato dalla Carnia, siamo saliti per il passo Rest, siamo scesi verso Tramonti fino a San Martino e da San Martino siamo andati verso le nostre case a piedi con il cuore nelle mani. Non trovavamo più i sentieri che avevamo calpestato fin da bambini. E poi si è aperta la valle: una distesa di roccia nuda e liscia che rifletteva gli ultimi raggi del sole. Era un paesaggio lunare: pareva di guardare il cielo dalla luna. Sei anni dopo, osservando le immagini dello sbarco dell’Apollo 11 ci sarebbe parso di rivedere la vallata nei giorni dopo il disastro. Fortunatamente la mia famiglia era al sicuro: in quel periodo aveva lasciato la casa in San Martino per la transumanza e si era trasferita nella sciàśaal passo di Sant’Osvaldo, acquistata da poco, dove avevamo condotto le mucche, le capre, le galline, i conigli ed assieme a loro vi si erano trasferiti anche i miei famigliari. Ma i miei cugini, i miei zii… Frasègn, Le Spesse, Cristo, Ceva, Prada, Marzana, la Pinèda, San Martino, la costa del Toc, bambini, gente, case, pascoli, stalle, bestiame, alberi, radure: l’onda ha portato via duecento persone del nostro Comune che si radicano nella memoria, ma che non abbiamo più rivisto. Ho perso una zia, due cugini ed altri parenti alle Spesse, amici e conoscenti di San Martino, Prada, Saveda, le borgate contro le quali ha sbattuto l’onda, oscillando per trovare una via di sfogo perché non riusciva a passare verso Longarone, in quanto la frana era alta 100 metri più della diga. A causa di quella frana dopo il disastro la vallata si era riempita d’acqua stagnante e per farla fluire e per svuotare quel cratere sono state scavate delle gallerie verso Cimolais. Inoltre sono arrivati ingegneri e soccorritori svizzeri ed olandesi con idrovore per pompare l’acqua verso la Val Cellina. Era cambiata tutta la struttura della vallata. Sono andato a vedere la nostra casa ad Erto: lo spostamento d’aria aveva colpito metà abitazione, che però non era crollata. Era la prima di quelle rimaste in piedi, sebbene danneggiata, proprio sul bivio della strada che sale da Longarone. L’ondata aveva portato via parte del tetto, rotto tutti i vetri, i sassi scagliati dall’aria avevano riempito il muro di buchi che pareva mitragliato dalle schegge di un bombardamento. Nei giorni seguenti ho partecipato al soccorso, ma non siamo mai riusciti a trovare tutti i corpi dei compaesani dispersi.”

 

Brano tratto dal libro “Sopravvissuto a Buchenwald e al Vajont. La storia di Geremia Della Putta raccontata da Francesca Bearzatto”, Nuovadimensione ed.

 

Dedichiamo una piccola galleria fotografica a Margherita Hack come l’abbiamo vista e conosciuta in questi anni. Passiamo dalle foto in cui era bambina e ragazzina, che ci ha dato un pomeriggio estivo, a casa sua, in occasione del primo libro che ha pubblicato con noi “La mia vita in bicicletta” (ediciclo), alle foto di Ciclomundi, il nostro festival dedicato al viaggio in bicicletta che l’ha vista protagonista nel 2007 a Portogruaro (VE), fino alle foto degli ultimi mesi, assieme a Pierluigi Di Piazza e a Marinella Chirico, quando si muoveva ancora per l’Italia per presentare il libro “Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete” (Nuovadimensione, un marchio ediciclo). Alcune delle foto appartengono al servizio fatto da Annamaria Castellan.

Sei sempre nel nostro cuore Marga.

 

 

L’ultimo sorriso di Margherita è stato il più bello. I suoi occhi azzurri erano brillanti anche nella malattia, la sua voce caparbia e ironica. Sperando che potesse tornare a casa le abbiamo chiesto: “Obbedirai finalmente ai medici? Prenderai le medicine, farai ciò che ti dicono di fare?”. “No” ha risposto lei, e poi è scoppiata a ridere. Ribelle sempre, ma con profonda autoironia.

Voleva continuare a scrivere, anche in ospedale, anche in terapia intensiva. “Ho tutto in testa” ci diceva, “è un peccato che non possa avere un computer con me… potrei finire il libro”.  L’ennesimo che l’ha vista impegnata in questi ultimi anni, da quando è andata in pensione. “Mi diverto” diceva, e lo scrivere era anche un modo per comunicare, per trasmettere ciò che sentiva giusto. “Fondamentalmente sono timida”, ci raccontava, ma amava incontrare i bambini e i ragazzi, parlare con loro delle stelle, del futuro. Instillava fiducia e speranza con i suoi modi sempre schietti e con una serena felicità conquistata con fatica e sudore.

Il marito Aldo è andato a trovarla in ospedale quasi ogni giorno. Stavano insieme in silenzio per ore, solo tenendosi la mano, un gesto che racchiudeva oltre sessant’anni di matrimonio, di amore, anzi, “di affetto”, come diceva Marga, perché secondo lei l’affetto era più importante dell’amore, perché richiede rispetto, cura, attenzione. L’amore può essere bellissimo, diceva, intenso e travolgente, ma a volte è effimero e dura poco.

Con Aldo era cominciato per caso quando a dieci anni giocavano insieme al Bobolino “Perché io avevo la palla” era solita raccontare Margherita, lo sguardo divertito. Poi c’erano state le discese insieme in bicicletta, le passeggiate ai tempi dell’università, e infine il matrimonio, in chiesa “solo per accontentare i genitori di lui”. Con Aldo Marga ha condiviso tutto: i successi nel lavoro, i viaggi all’estero, i convegni, le presentazioni di libri in tutt’Italia, la fatica, gli amici, gli sport, la passione per gli animali…

Li si vedeva ovunque assieme, sempre attenti uno all’altra, due anime vicine, in simbiosi. Vicine anche nella morte. Continue Reading »

 

Ediciclo Editore aderisce a lettidinotte, l’iniziativa promossa dalla casa editrice Marcos y Marcos per stringere i rapporti tra gli editori e le librerie indipendenti e creare un evento unico: una notte bianca delle librerie con migliaia di proposte in tutt’Italia di eventi e incontri prevista per il 21 giugno.

Gli eventi targati Ediciclo sono:

ROMA – Maurizio Ruggeri presenta il libro “La felicità a costo zero” alle ore 20.00 alla libreria “Spizzichi d’autore” in via Marcantonio Boldetti.

PRATO – Walter Bernardi presenta il libro “La filosofia va in bicicletta” alla libreria “Equilibri” alle ore 21.30. Interviene il prof. Stefano Miniati, filosofo dell’università di Siena.
MILANO – Nell’ambito del ricco programma di #bicidinotte alle ore 21.00 ai giardini di via Conchetta Giuseppe Cederna leggerà dei brani tratti dal libro “Velopensieri” di Francesco Ricci . L’evento è organizzato in collaborazione con la libreria Largo Mahler.

CARPI (MO) – Rossella Daolio presenta il libro “Loira in bicicletta” alla libreria Fenice ore 20.30.

Per ulteriori informazioni rivolgersi all’ufficio stampa Lorenza – ufficio.stampa@ediciclo.it

Riceviamo la notizia dal Comitato Velodromo Vigorelli nell’ambito del quale fanno parte diversi nostri autori, amici o conoscenti e volentieri diamo una mano a sostenere l’iniziativa. Perdere un simile luogo storico del ciclismo sarebbe davvero un peccato! Pubblichiamo di seguito il comunicato stampa. 

Il Comitato Velodromo Vigorelli, da poco costituitosi a partire da un gruppo di cicloamatori, appassionati e ciclisti quotidiani, ribadisce la sua netta contrarietà alla scelta fatta dal Comune di Milano, tramite il “Concorso internazionale di progettazione architettonica del Vigorelli” di demolire la pista e sottrarre il Vigorelli al Ciclismo, che riteniamo essere l’elemento caratterizzante del velodromo stesso, monumento sportivo ricco di storia e di imprese ciclistiche e, ci auguriamo noi, di un altrettanto glorioso futuro.

Riteniamo che non si possa cancellare la storia del Velodromo Vigorelli, che sin dalla sua inaugurazione nel 1935 è stato sede di indimenticate gare di ciclismo e di record leggendari, tanto da valersi il titolo di la “Scala del ciclismo”, e che per tanto va preservato nella sua interezza: sia la struttura ma soprattutto la pista di ciclismo, essendo questa elemento caratterizzante del velodromo stesso.

Siamo certi che un velodromo al centro della città, non decentrato in periferia, ma anzi facilmente raggiungibile da ogni punto (specie quando sarà aperta la nuova stazione MM5 Tre Torri), costituisca un presupposto necessario per coltivare e far rinascere il settore giovanile di ciclismo in una Milano dove è sempre più difficile e costoso far praticare seriamente sport ai giovani e dove il ciclismo è del tutto precluso.

Osserviamo come in tutto il mondo, Milano compresa, il ciclismo e la bicicletta (specie quella da pista) rappresentino una tendenza in forte crescita, come modo di vivere sobrio e sostenibile, come emblema di salute e di benessere personale e ambientale. Milano, come altre metropoli, sta realizzando che con la ciclabilità non solo ci si può convivere, ma si può migliorare la qualità della vita di tutti, anche di quelli che non pedalano; la pratica quotidiana del ciclismo sportivo su una pista cittadina da parte di giovani e di amatori ridarebbe vita e valore alla grande storia di un luogo che è stato, per caso o per calcolo, messo da parte per troppi anni.

Vi comunichiamo pertanto che come prima azione concreta abbiamo inoltrato al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali formale richiesta (in allegato) per la tutela del Velodromo Vigorelli nella sua interezza, pista compresa, per ribadire la vocazione ciclistica della struttura.

Mauro Talini, quarant’anni a luglio, una vita passata a viaggiare in bicicletta per le strade del mondo. Viaggi lunghi, lunghissimi, in solitaria, coi bagagli, a ritmi sostenuti: nel 2005 Massarosa (Lu)-Fatima, 2264 km in 18 giorni; nel 2006 Massarosa (Lu)-Czestochowa-Cracovia-Berlino-Amsterdam, 3252 km in 21 giorni; nel 2007 Massarosa (Lu)-Capo Nord, 5665 km in 39 giorni; nel 2008 Massarosa (Lu)-Gerusalemme, 4680 km in 33 giorni; nel 2009-2010 Bolivia-Brasile-Argentina, 9286 km in 80 giorni; nel 2012 Dal Sud al Nord del mondo: dalla Terra del Fuoco all’Alaska, 25.000 km in 250 giorni.

Fort, fortissimo sui pedali, cocciuto pedalatore instancabile, ha voluto fare tutte queste esperienze (nei primi chilometri del viaggio a Fatima è stato accompagnato dal ct della nazionale ciclistica Franco Ballerini) sostenendo l’associazione Diabets no limits, per mostrare che anche certe malattie possono essere vissute serenamente, che non sono per forza così invalidanti, ma che spesso possono dare quel qualcosa in più.

Lui stesso era insulino-dipendente e si è speso proprio per dimostrare direttamente che si può fare tutto, ma proprio tutto, nonostante questo handicap, che lui ha trasformato in carica in più, in spinta per andare avanti a pedalare…

Nei suoi ultimi due viaggi si è prodigato molto anche per raccogliere fondi e dare istruzione e assistenza ai bambini e ai ragazzi del terzo mondo, quello che lui ha voluto conoscere sulla propria pelle, dal vivo, in diretta, sull’asfalto o sul deserto, a cavallo della propria bicicletta. Continue Reading »

Vi diamo un assaggio sfogliabile della guida “Livenza da scoprire” che potete poi trovare sul nostro sito a questo link.

 

In questo periodo di crisi Ediciclo ha pensato di tirare una volata alle librerie e ai lettori con un contest simpatico che ti regala un libro solo partecipando e aiuta le librerie a pedalare ancora più veloci. Partecipate in massa!

LA LIBRERIA VA A PEDALI
Un contest divertente per aggiudicarsi un libro a pedali in quattro passi:

1.Vai dal tuo libraio di fiducia
2.Scattagli una foto in libreria con un libro Ediciclo in mano
3.Inviacela con i tuoi dati (nome, cognome, indirizzo valido per spedizioni, mail, telefono, profilo Facebook) e quelli della libreria (nome della libreria,
città dove risiede, eventuale sito internet) insieme a un brevissimo commento sul negozio e al titolo del libro Ediciclo che vorresti all’indirizzo: libro@ediciclo.it
4.Vinci automaticamente il libro Ediciclo che hai indicato che ti verrà spedito gratuitamente a casa tramite posta.
N.B.: Se il libraio è inoltre fotografato di fronte alla sua libreria in sella a una bicicletta, allora si aggiudica (il libraio, non tu) una copia di Cycle! la bookzine a pedali targata Ediciclo.

Per ulteriori informazioni scrivi a ufficio.stampa@ediciclo.it o telefona al numero 0421/74475 interno 2.

Il gioco scade a fine maggio 2013. Non si può partecipare più di volta.

Era l’estate del ’33 e le imprese dei ciclisti al Giro d’Italia o a quello di Francia erano molto più seguite di oggi. Non c’era la televisione, ma solo quelle grandi radio gracchianti, che i miei non avevamo mai voluto o potuto prendere, e io dovevo aspettare il giorno dopo, quando andavamo a fare la speda da Silviero, il pizzicagnolo, e da lui era sempre possibile dare un’occhiata alla pagina sportiva della “Nazione”. A quei tempi mi era capitato di leggere da qualche parte le imprese, davvero eroiche, di Girardengo e Bottecchia, che correvano prima o poco dopo il mio anno di nascita, quando le tappe del Giro d’Italia erano spaventosamente lunghe, duecento e più chilometri, su strade sterrate e polverose, dove frequenti erano le forature. Avrò avuto dodici o tredici anni, a scuola si leggeva l’Odissea e poi l’Iliade, popolate di dei, semidei, eroi, e anche i campioni sportivi li vedevo un po’ come mezze divinità. Ricordo che un anno la tappa del Giro si concluse a Firenze, presso il Campo di Marte, dove c’era lo stadio. Noi eravamo in casa di amici che abitavano proprio sul viale davanti all’impianto sportivo. Io ero uscita nella speranza di vederli da vicino e mi trovai a un tratto accanto a Guerra. Sebbene fossi per Binda, ricordo che gli toccai il braccio come se fosse stato un qualcosa di straordinario, una reliquia miracolosa, e mi parve un omone gigantesco.

Margherita Hack, La mia vita in bicicletta, ediciclo

Pubblichiamo una parte del primo capitolo di “La filosofia va in bicicletta. Socrate, Pantani e altre fughe” di Walter Bernardi, in uscita il 9 maggio prossimo per Ediciclo. Un’anteprima per i lettori del blog e di Facebook.

In bici le idee pedalano

Come ci ricorda sempre Alfredo Martini, un vero mito del ciclismo di ieri e di oggi, in bicicletta si pedala e si pensa allo stesso tempo; anzi, più si pedala e più si pensa. In definitiva – questo lo dico io – pedalando si fa filosofia. Se credete che questa sia solo la convinzione di un filosofo stravagante che ha fatto della bici il suo hobby preferito, leggete Giovannino Guareschi, il famoso scrittore di Don Camillo e Peppone, il quale diceva che chi non conosce «la nobile arte del pedale» non immagina nemmeno «quante idee singolari vengano viaggiando in bicicletta». Oppure date retta a Margherita Hack, la grande astronoma fiorentina che per raccontare la propria vita ha fatto ricorso proprio all’amata bicicletta, perché è stato pedalando che ha formulato, lo ha rivelato lei stessa, alcune delle sue «migliori idee». Tutti sanno chi è stato Albert Einstein, anche

se pochi sono in grado di spiegare in parole semplici cos’è la relatività. Forse sarebbe il caso di far sapere in giro che il grande fisico tedesco disse una volta che la prima intuizione di questa teoria l’aveva avuta «mentre andava in bicicletta». Altrettanto convinti del fascino straordinario del loro mestiere si sono sempre dimostrati molti corridori professionisti di ieri e di oggi. Fiorenzo Magni è stato con Coppi e Bartali uno dei protagonisti del ciclismo italiano del secondo dopoguerra; aveva ormai ottant’anni quando ha confessato che il ciclismo era stato per lui «una filosofia di vita». Davide Cassani ha corso per quindici anni, dal 1982 al 1996, al fianco di campioni come Chiappucci, Roche e Argentin, vincendo due tappe al Giro d’Italia; inoltre ha vestito per otto volte la maglia azzurra ai campionati del mondo e da diversi anni è la voce del ciclismo alla Rai. Alla domanda su cos’è che può regalare la bici a un ragazzo ha risposto: «Lo spazio, la libertà, i profumi, l’aria nei capelli e soprattutto pensare». All’età di trentotto anni, dopo quattordici anni tra i professionisti, da qualche mese Marzio Bruseghin ha deciso di appendere la bici al chiodo; splendido gregario, ha saputo cogliere significativi successi – due tappe al Giro e un titolo di campione italiano a cronometro –, oltre a un sorprendente terzo posto al Giro del 2008. Un personaggio come lui, il quale alleva asini perché «sono intelligenti», non poteva certo avere dubbi sulla funzione terapeutica del ciclismo: «La bici ti lascia il tempo per pensare e riflettere» ha dichiarato, «per conoscerti e studiarti; è come il lettino dello

psicanalista, ma senza lo psicanalista». E che dire infine del fuoriclasse inglese Mark Cavendish, campione del mondo su strada del 2011, il quale confida di amare la bici perché per mette di «muoversi nel paesaggio e pensare con la mente libera»? Continue Reading »

Federico Del Prete è l’autore di “Compratevi una bicicletta! Come uscire dalla dipendenza da automobile e cambiare la propria vita“, da poco uscito per i nostri tipi. Il libro sarà presentato al prossimo Salone del Libro di Torino sabato 18 maggio alle ore 17.00 allo spazio Agorà con Bruno Gambarotta e Alberto Saibene.  Federico ha aperto la pagina Facebook del libro, visitabile qui.

Eri un motociclista convinto. Qual è stata la molla che ti ha fatto passare alle due ruote non motorizzate?

Non ero solo convinto come motociclista, ma affermavo anche che le biciclette in città andassero proibite! Sono passato alla mobilità individuale (e familiare) a base ciclistica non per una presa di coscienza ambientalista, ma perché a Milano la mia moto soffriva nella meccanica (tragitti troppo brevi) e nell’orgoglio (non mi divertivo più). Col tempo ho capito meglio cosa vuol dire usare la bicicletta nel panorama della mobilità sia individuale che collettiva, e adesso la uso anche a Roma, in treno, in nave, in aereo, ovunque. Ho speso più soldi per biciclette in dieci anni di Milano che in motociclette in venticinque di Roma, ma di fatto sono soldi risparmiati. La bicicletta è più efficiente dell’automobile e della motocicletta, soprattutto nelle metropoli.

Abitavi a Roma e poi a Milano. Qual è la differenza sostanziale del traffico nelle due città? Dove è più facile andare in bicicletta?

Non esiste un territorio privilegiato per l’uso della bicicletta come veicolo di mobilità quotidiana. È ovvio che una città piccola e pianeggiante come Milano è il massimo, ma anche Roma va bene: lo dimostra l’incremento di tre punti e sei in percentuale di traffico ciclistico in soli dodici mesi, centosettantamila ciclisti in più! È una vera rivoluzione, e non si ferma. Se ce l’hanno fatta a Roma, si può fare lo stesso ad esempio a Napoli, dove è gratuito salire in funicolare con le bici, ed in qualsiasi altra città. Non c’è una differenza sostanziale nel traffico di Roma e Milano: in entrambe le città ce n’è semplicemente troppo. Vanno riequilibrate le percentuali di traffico tra i diversi veicoli con strategie precise, come nelle altre città europee. L’Italia è un’anomalia anche da questo punto di vista.

Cosa diresti a un manager che si è appena comprato un SUV?

Niente, purtroppo. I veicoli ingombranti e inefficienti come i SUV sono lo specchio di una mobilità malata. Secondo me chi acquista un veicolo di quel tipo per fare dieci chilometri in città, ad esempio a Milano, non ha il controllo delle proprie azioni e non vorrei averlo come manager. In realtà il successo di questi veicoli non è solo da imputare ai manager, sono presenti anche nella classe media. Cosa vuoi dirgli, vendi ‘sta cassa da morto e comprati quattro biciclette che ti migliora anche l’umore? Non capirebbe. Ma capirà presto, è solo questione di tempo. Usare un veicolo di grandi dimensioni in città vuol dire avere tempo da perdere e fare di conseguenza una brutta figura col prossimo. Continue Reading »

La Casa dell’Accoglienza Ortles del Comune di Milano, Miraggio Associazione culturale e La Stazione delle Biciclette presentano la mostra OTTOTUBI, un’esposizione unica di telai e biciclette artigianali che si terrà presso la Casa dell’Accoglienza di Viale Ortles 69.

L’alta qualità dell’artigianato telaistico italiano entra in contatto con un luogo dove la bicicletta è la risposta concreta al bisogno di mobilità.

 

 

 

Inaugurazione, 9 APRILE 2013 alle ORE 18.00

La storia della bicicletta e del ciclismo passa attraverso le sapienti mani di tanti artigiani che con maestria, ingegno e passione hanno saputo trasformare 8 semplici tubi di acciaio in anima, cuore, scheletro di una bicicletta: il telaio.

La scuola telaistica italiana ha creato e continua a creare pezzi unici, vere e proprie opere d’arte, destinate sia a professionisti affermati sia ad appassionati.

Miraggio Associazione culturale e La Stazione delle Biciclette hanno contattato maestri telaisti di fama internazionale e giovani artigiani creativi e hanno chiesto a ciascuno di loro di interpretare un telaio tra quelli del catalogo de La Stazione delle Biciclette, personalizzandoli e stravolgendoli a loro piacimento.

Da questa collaborazione sono nati 7 telai unici, connubio di maestria artigiana e moderno design della bicicletta, esposti in questa mostra innovativa e provocatoria dal 9 al 13 Aprile 2013.

Culmine dell’iniziativa sarà il 12 maggio, in cui alcuni dei telai esposti verranno messi all’asta. I fondi raccolti saranno destinati all’allestimento di una ciclofficina popolare interna alla Casa dell’Accoglienza e alla formazione dei suoi primi operatori, scelti tra gli ospiti del dormitorio.

Scopo della ciclofficina è la manutenzione delle biciclette che quotidianamente gli ospiti della Casa dell’Accoglienza utilizzano come principale mezzo di trasporto.

La mostra ha ricevuto il Patrocinio del Comune di Milano, Assessorato alle Politiche Sociali.

 

Telai in mostra realizzati da:

Cicli Barco, Doriano De Rosa, Daniel Merenyi, Legor Mattia Paganotti, Dario Pegoretti, Giovanni Pelizzoli, Tiziano Zullo

 

Componentistica e accessori forniti da:

Cerchi Ambrosio, Brooks, Columbus, Deda Elementi, Cerchi Ghisallo, Vittoria

 

Per informazioni:

Miraggio Associazione culturale: Annibale Osti assmiraggio@gmail.com – tel. 3346739653

La Stazione delle Biciclette: Piergiorgio Petruzzellis info@lastazionedellebiciclette.com – tel. 3472591140

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