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I dinosauri aspetteranno

dinosaurovn31

Di seguito regaliamo, solo ai pedalatori del blog, un assaggio del nuovo libro di Max Mauro “LA BICI SOPRA BERLINO” in uscita a settembre per la nuova collana CICLOPOLIS - le città in bicicletta.

I dinosauri, lasciati soli, hanno uno sguardo impaurito. Nessuno fugge alla loro vista, perché nessuno si interessa più a loro. Sono stati abbandonati. Uno si è perfino capovolto ed è rimasto così, a gambe all’aria, testimone all’incontrario di un destino gramo. C’è una recinzione mezza arrugginita e l’erba alta dei luoghi dove non mette piede persona da tempo. Questo è il punto migliore per osservare i dinosauri di Berlino, gli ultimi esemplari di una razza altrove estinta. E’ in un angolo del Treptower Park, il grande parco dell’est. I dinosauri sono nascosti, ma neanche tanto, in fondo al parco. In un parco dentro il parco. Se voglio estraniarmi dalla città vengo qui. Pedalo lungo la strada che costeggia la Sprea fino al ponte Am Treptower e poi scendo verso il parco che non ha un ingresso vero e proprio, è aperto come avesse le braccia spalancate verso il mondo che lo circonda. Il Treptower lo si percorre in bicicletta da ogni lato. Le sue stradine di sassi leggeri e terriccio chiaro invogliano le ruote della vecchia mountain bike urbanizzata e la corsa si fa rapida. Non sarebbe opportuno pedalare veloci nel parco, ma chi può resistere? Perlomeno in certi orari, di primo mattino per esempio, le stradine sono poco frequentate e il pedalare è un viaggio a ritroso, nelle corse dell’infanzia, le più belle. In questi momenti il parco offre la sua immagine migliore. Gli spazi abbondano, ci si può fermare e fare proprio un pezzo di prato, oppure distendersi in riva alla Sprea, che se non fosse così nera di metallo nero invoglierebbe al bagno anche un ex naufrago (almeno in certe solari giornate d’estate). La corsa costeggiando il fiume continua. Un vecchio è fermo in prossimità del porticciolo da dove partono le barche che portano i turisti a vedere la città dal fiume. E’ seduto su di una seggiola da campeggio. Di fronte a sé ha una tastiera. Ai piedi un piccolo alimentatore. Ha la testa tonda e la faccia affusolata, pochi capelli sottili allungati e allineati sul cranio luccicante. Suona compassato una melodia inspiegabile che arriva da un’epoca priva di tastiere elettriche. Il suono stridente della tastiera disturba l’orecchio, non c’è melodia che tenga. Alcuni anziani camminano con un gelato in mano, non sembrano badare al musicante d’antan, forse sono sordi, o forse lo conoscono - Ancora lui! Ancora con  quella tastiera! - e fanno finta di niente.

A metà del parco, nel tragitto per raggiungere i dinosauri, c’è un’isola. E’ un’isola vera e per arrivarci si deve attraversare un ponte vero, alto molti metri sul fiume. L’isola è piccola come ci si aspetta che sia un’isola dentro un fiume, ma è confortevole. Si chiama Isola della gioventù. C’è un un bar all’aperto dove si può mangiare, bere, ascoltare musica, guardare film (a Berlino il cinema sotto le stelle è sempre popolare). I gestori devono avere un debole per il gotico. La Germania è la patria elettiva della musica gotica, quella che un tempo si chiamava dark, e nell’isoletta vengono invitati ad esibirsi alcuni esponenti dell’ala più tranquilla del movimento, c’è affisso un intero programma di concerti serali. C’è anche dello ska e musica latina, ma il gotico la fa da padrone, il folk gotico, non il metal, intendiamoci. Il vecchietto della tastiera è distante, il parco è grande, non può essere infastidito dai giovani rock dell’isoletta. Da qui si può anche osservare meglio qualcosa che prima, pur passandoci accanto, non avevo notato. E’ l’insegna di Burger King, l’impero della polpetta. E’ grande e domina un luogo con una storia seria, il Zenner Biergarten. In una foto d’epoca, degli anni venti (prof K, mi sente?), il Zenner appariva animato da una moltitudine di cittadini in cerca di sole domenicale. Sedevano ai tavoli o sulle panche, consumavano wurst e birra, crauti e succo di mela, e pure caffè. Oggi il Zenner è il Burger King.

Superati l’isoletta e il Biergarten il parco sembra cambiare i connotati, diventa progressivamente più bosco e meno parco, ha un aspetto un po’ selvatico. La strada costeggia il fiume e corre attorno a uno spazio protetto dove la vegetazione ha preso slancio fino ad avvolgere tutto. A un certo punto si impone allo sguardo la grande ruota panoramica. E’ una ruota di dimensioni enormi, pare luccicare di rosso, dà le vertigini solo a guardarla. E’ un’immagine improvvisa ed eccitante. So che i dinosauri sono vicini. Sono laggiù, ai piedi della ruota. Eccoli. Li si intravede appena, non li si può avvicinare, sono chiusi dentro un area proibita. Tutto quello che è dentro la recinzione costituiva il Kleine Spreewaldpark, un parco divertimenti costruito nel 1920 e sopravvissuto a varie epoche. Nel 1997 un imprenditore ha cercato di rilanciarlo ma l’impresa non ha avuto successo. Il parco è abbandonato dal 2001. Vorrei entrare, rompere il divieto. Introdursi nelle proprietà abbandonate era una delle avventure più eccitanti dell’infanzia friulana e non posso resistere dal rincorrere quello stupore. Ci deve essere un pertugio che permette di avvicinare la grande ruota e, soprattutto, gli ultimi dinosauri della città. Ma di sicuro ci saranno dei guardiani e forse perfino degli iracondi cani. E’ una sfida.

Pedalo attorno al perimetro del parco senza perdere di vista la ruota, il mio punto di riferimento. Giungo alfine davanti a quello che forse era l’ingresso principale. C’è una palazzina malridotta e la scritta “vietato l’accesso”. Cerco un cartello che segnali la presenza di cani in libertà ma non lo vedo. Forse la legge tedesca dispensa i proprietari da questa tipo di informazione. O, più probabilmente, dispensa i cani da questo tipo di incombenza. Sarebbe meglio saperlo, almeno il possibile intruso avrebbe una ragione seria per intimorirsi o un buon  motivo per tranquillizzarsi. Vabbè. Lego la bici ad un albero poco distante, volevo legarla all’inferriata ma poi ho pensato che avrebbe dato nell’occhio. Mi avvicino alla recinzione. Mi arrampico, ma neanche tanto, e salto il muro. Eccomi dentro il parco. E’ stato facile, più facile di quanto pensassi. Vorrei mettermi a correre verso i dinosauri, ma penso sia meglio non fare troppo rumore. Mi aspetteranno. Proseguo allora in silenzio, con circospezione. Incontro un villaggio alpino, sembra proprio un villaggio alpino, con i tetti spioventi e i balconcini di legno e i fiori (finti), ma ricostruito ad uso di famiglie che nelle Alpi non hanno mai messo piede. Al piano terra un ristorante, chiuso. E un negozio di souvenir, chiuso anch’esso. Tutto è deserto come un set cinematografico senza un film da girare. Una porta a vetri è sbarrata con delle assi di legno inchiodate di traverso. Butto lo sguardo. Sembra la pedana di un piccolo circo, un altro angolo protetto per l’arte circense in fuga dalla città. E’ proprio un circo: c’è un trapezio che penzola dall’alto e taglia in due l’immagine raccolta dai miei occhi. E ci sono delle tribune per ospitare gli spettatori. Il silenzio è incombente ma protettivo, se qualcuno arrivasse non potrei non sentirlo.

One Response to “I dinosauri aspetteranno”

  1. [...] 16, 2009 di maxmauro Non ho attribuito compiti particolari a questo libro. L’ho scritto perché c’era la possibilità di scriverlo e avevo una storia a cui dare [...]

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