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PERDERSI A ROMA

Intervista a Roberto Carvelli

 Abbiamo intervistato Roberto Carvelli, giornalista, scrittore, narratore di luoghi, in particolare della sua Roma. Lo abbiamo raggiunto in occasione dell'anniversario di Perdersi a Roma, un progetto importante, nato con la voglia di provare a raccontare in modo nuovo la città. 

 

  • Ciao Roberto, quest’anno “Perdersi a Roma” compie vent’anni. Un progetto il tuo, nato per la prima volta nel 2004 come un libro davvero innovativo per quel periodo in cui il racconto di città si affacciava appena in editoria, poi proseguito come un blog, nuovamente come libro nel 2013 ed uscito poi nella collana Tascabili Ediciclo nel 2021, che ha voluto raccontare Roma e i suoi mutamenti da un punto di vista insolito, o comunque meno turistico. Roma vista dagli occhi dei suoi abitanti, scrittori per lo più, e cercata quartiere per quartiere. Com’è cambiata la città in questi due decenni?

Forse sarebbe giusto, non essendo io un analista né un sociologo, dire come sono cambiato io dentro Roma e come ne è cambiata la percezione. Devo innestare molti dati personali come piccole varianti e poi tirare una riga. Il risultato che ne esce è così slegato da tutto perché parametrato su me che sembra inutilizzabile in qualunque restituzione. Quindi mi trovo a dire una cosa legata all'esperienza. Per circa un anno ho dovuto lasciare Roma e l'ho fatto con sollievo - mi dicevo (ma lo dicono in molti): Roma è sporca, male organizzata, confusa, decadente - trovando nel Nord un'Italia che basta a se stessa e funziona in questo patto sociale. Ma poi mi sono accorto che Roma mi stava mancando molto, anche troppo. E mi sono detto nell'ordine: uno Roma è vero che toglie molto ma dà molto di più di quel che chiede o pretende; due, Roma non finisce mai di regalare stupore, perché il suo scopo non è bastare a se stessa ma dare a tutti se stessa e questo è il motivo per cui è pronta ad accogliere tutti, magari male, ma tutti. Offrendo il meglio di quel che possiede.

 

  • Il prossimo sarà l’anno del Giubileo: la città accoglie da sempre migliaia di turisti da tutto il mondo, come la senti respirare in vista di questo importante appuntamento?

Roma ha sempre avuto dimestichezza con i grandi appuntamenti. Trova sempre il modo di rimanere atarassica a guardare le file di stranieri a cui viene venduta l'acqua come un blocco di ghiaccio - un po' come faremmo noi prima di una mattina al mare d'estate -  che si scioglie poco a poco. Si rifà il trucco (spesso glielo rifanno) e arriva in ritardo a questi incontri come in fondo capita a tutti quelli che hanno un appuntamento importante e vogliono farsi vedere belle o belli. Nessuno è poi così bello - nessuno - ma a Roma sono tutti disposti a perdonare i difetti degli anni, le debolezze del carattere. E forse le persone, Roma la amano per questo. Perché Roma sa da millenni di essere giudicata (a volte criticata anche se sempre con le riserve di un amore o di un rispetto) e questo la rende, appunto, serena come un ragazzo o una ragazza (un uomo o una donna se ci impiegano più tempo) che scoprono di essere non più belle o belli di altre o altri, ma belle o belli a prescindere da tutto. Così come sono.

 

  • Il libro si basa su un intreccio di testimonianze, interviste e voci diverse tra le quali scorgere l’anima di Roma: tra i tanti, Sandro Veronesi, Mario Desiati, Christian Raimo, Lia Levi, Erri de Luca. Scrivi: “Quello che segue sono occhi sulla città. Punti di vista su quello che la normalità nasconde. L’idea era: le città dicono le persone e le persone parlano per interposta città.”  C’è qualcuno in particolare, nel panorama editoriale odierno, che ti piacerebbe intervistare per raccontare oggi Roma?

Sono stato fortunato ad aver dialogato con tante scrittrici e tanti scrittori che a distanza di anni sono ormai diventati parte di un canone letterario italiano. Ne mancano molti, molti mi piacerebbe che ci fossero ma a un certo punto è stato necessario mettere, appunto, un puntello. Magari cambierò idea ma per ora il libro si ferma qui. Citare quelli che mancano rischierebbe di lasciare lacune e creerebbe una brutta sensazione nei lettori che, magari giustamente, ritengono imprescindibile un nome o un altro. Provo a saltare qualunque imbarazzo citando un autore che non posso aver intervistato per ragioni anagrafiche ma che mi avrebbe incuriosito farlo. Antonio Delfini, uno scrittore piccolo e provinciale, che viene a Roma da Modena e si trova bene e non bene. Grande flaneur ha saputo connettere piedi a penna come pochi altri. Ha scritto poco e cose apparentemente minori ma che hanno la forza di tutta questa onnisciente purezza.

 

  • Nel tuo libro “La gioia di vagare senza meta” ci hai parlato, appunto, di flânerie, l’arte di vagabondare senza avere un punto d’arrivo, aprendosi alla sorpresa e all’incontro con il mondo. C’è un luogo di Roma in particolare in cui ami perderti?

Amo particolarmente quel dedalo di strade che partono da via Cimone a Montesacro e poi da via delle Isole tra via Nomentana e corso Trieste. Mi piacciono ancora i vicoli di Trastevere e quelli di via di Monte Giordano ma alle volte per gli uni e per gli altri non sento di avere la stessa freschezza incantata che avevo anni fa. è come se percepissi di non essere così solo come lo ero anni fa e questo forse è un benessere e un malessere, insieme. Ecco, di questa capacità di dare molto a chi ha poco, magari solo se stesso, sento che tutti dovremmo molto a questa città

 

 

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