Questo testo è tratto dal libro "I dannati del pedale. Da Coppia a Pantani i ciclisti più inquieti, romantici e faustiani", di Paolo Viberti / collana Miti dello Sport
Conobbi Marco sin dai suoi primi acuti al Giro d’Italia del 1994, fui ospite a casa sua negli anni del trionfo e in quelli assai più tribolati; lo seguii perché affascinato dal campione della bicicletta ma anche incuriosito dal ragazzo smarrito e sensibile, registrandone anche i respiri e le paure. A chi oggi intende liquidare la questione con atteggiamenti euristici, ricordo che Marco non era un dopato e non è mai stato trovato “positivo”. Negli anni Novanta, quasi tutto il gruppo faceva uso di eritropoietina per arricchire il sangue e in questo modo migliorare le prestazioni in corsa. Ma l’EPO non era individuabile nei controlli e dunque veniva considerata alla stregua di un potente integratore da evitare perché pericoloso. Da qui i cosiddetti “controlli a tutela della salute degli atleti”. I dopati veri erano altri, coloro che con la chimica hanno modificato le proprie prestazioni in bicicletta. Marco ha iniziato a vincere quando aveva tredici anni e da allora non ha più smesso, mettendo in campo una straordinaria competitività. […] E la tesi del suicidio? No, non ci credo! Pantani non si sarebbe mai ucciso. Quell’atto non faceva parte della sua vita. È proprio quest’ultima, la sua vita, a rammentarcelo, non certo le mie futili supposizioni. Il Pirata s’è sempre rialzato dopo ogni incidente e da qualsiasi difficoltà. La sua stessa esistenza lo aveva temprato a reagire ai drammi. Il suicidio di Pantani ha fatto comodo a molti, perché così si è trovato un unico responsabile di un mistero che invece coinvolge più persone, alcune delle quali ora gioiscono del fatto che Marco non possa più parlare. Persone importanti, persone intoccabili... Lui, il Pirata, è stato sfruttato da tutti. Pagava anche 5000 euro a serata in discoteca per tutta la compagnia che usciva dai locali dicendo: «Tanto ci pensa Marco!». Pantani non è stato aiutato da chi gli stava accanto. E alla fine della festa si è trovato solo. Terribilmente solo. Quando lo andai a trovare al Cto di Torino dopo il terribile incidente nel finale della Milano-Torino 1995 mi guardò con l’aria di un bimbo, chiedendomi, con assoluta necessità di una risposta oggettiva: «Perché devono capitare tutte a me?». E poi un giorno a casa sua, a bordo piscina nella sua nuova dimora fuori Cesenatico, il Panta si lasciò andare a una riflessione di altissimo significato: «Ero un ragazzo gracile, con pochi capelli, con le orecchie a sventola e nessuno mi cercava. Ora resto quello di allora, ma a volte mi sembra di avere il mondo ai miei piedi. Com’è buffa la vita, vero?». […] Lo rincontrai in due occasioni particolari, poco prima che se ne andasse per sempre. Occasioni che non appartenevano al mondo delle corse. La prima fu in una fredda alba, all’aeroporto di Bologna, dove in seguito a una “soffiata” di un amico avevo dormito per tutta la notte su una poltrona, aspettando che lui partisse di prima mattina con un volo verso la Spagna, dove avrebbe incontrato una psicologa, la sorella di Daniel Clavero, uno dei compagni di squadra nel suo ultimo team, diretto nuovamente da Davide Boifava. Ci salutammo, mi disse che andava tutto bene, aveva modificato la fisionomia del volto, si era rifatto il naso e la chirurgia era intervenuta anche sulle orecchie a sventola, affinché si avvicinassero maggiormente alla scatola cranica (quanto aveva patito, Marco, lo scherno di Armstrong che dopo la tappa del Mont Ventoux al Tour del 2000 lo aveva definito “Elefantino”!...). Aveva un orecchino assai vistoso, si sforzava di essere allegro, ma neppure per un attimo pensai che fosse sereno. La seconda e ultima volta che lo vidi fu invece nell’ottobre del 2003, quattro mesi prima della morte, quando chiesi al mio direttore di andare a Cesenatico e a Predappio per capire se fosse vero che Marco – così mi era stato detto – era in situazioni drammatiche, ormai dipendente dalla cocaina. Lo vidi gonfio e smarrito, gli parlai, scrissi a fatica quel pezzo e Tuttosport aprì la sua edizione con un titolo a tutta pagina: Ha rischiato di morire! Fu un urlo rivolto a chi gli stava vivendo vicino, sentivo che qualcosa stava per succedere. E accadde. Ma il Panta non si è ucciso, non lo avrebbe mai fatto! Soltanto chi non lo ha conosciuto può affermare una simile eresia...







